Alcune considerazioni del prof. Luigi Rubino sull’evoluzione del rapporto tra odontoiatra ed odontotecnico nell’era digitale
Tra cinque o dieci anni, l'odontotecnico continuerà a esistere così come lo conosciamo oggi? È una domanda scomoda, ma è quella che mi sento rivolgere con costanza quasi rituale a ogni convegno, a ogni corso, a ogni conversazione tra colleghi. Non è una domanda oziosa. È il sintomo di un disagio reale, quello di una professione che sente il terreno muoversi sotto i piedi e non sa ancora se questo movimento sia una minaccia o un'opportunità. La mia risposta, per quanto parziale e non depositaria di alcuna verità assoluta, è che si tratta di entrambe le cose insieme — e che la differenza tra le due la fa esclusivamente chi decide di muoversi per primo.
Una competenza che cambia pelle
Per decenni la produzione di un manufatto protesico è stata terreno esclusivo dell'odontotecnico: un sapere artigianale, in parte artistico, trasmesso per apprendistato, fatto di mani, occhio clinico ed esperienza accumulata negli anni. Oggi questo sapere non scompare, ma viene affiancato — e in alcuni segmenti progressivamente sostituito — da algoritmi capaci di automatizzare una parte crescente della progettazione e della produzione, restituendo un risultato accurato e già esteticamente accettabile, con un intervento umano sempre più limitato.
Non parlo di un'ipotesi astratta. Parlo di piattaforme di progettazione in cloud assistite dall'intelligenza artificiale, di software che propongono in automatico il disegno di un restauro protesico, di allineatori ortodontici progettati algoritmicamente, di stampanti chairside che permettono di produrre direttamente in studio ciò che un tempo richiedeva l'intera filiera del laboratorio. Chi lavora ogni giorno con questi strumenti sa che non sono più promesse: sono già sul mercato, e migliorano di versione in versione.
Questo significa che la curva di apprendimento necessaria per intraprendere questi flussi si è drasticamente accorciata, e che i costi di ingresso, un tempo proibitivi, sono oggi accessibili a una platea molto più ampia di operatori — medici e odontotecnici indistintamente. Chi è disposto a investire tempo, energie e denaro per uscire dalla propria zona di confort trova oggi una strada più breve, più efficiente, e meno onerosa di quanto non fosse anche solo dieci anni fa.
Il rischio di restare fermi
Se io non intraprendo questo percorso, lo farà con ogni probabilità il mio concorrente. E in quel momento, il flusso di lavoro a cui sono abituato smette semplicemente di essere competitivo. Non perché sia peggiore in assoluto, ma perché il mercato non premia la fedeltà alle abitudini: premia l'efficienza.
A rendere il quadro ancora più urgente c'è la strategia delle multinazionali del dentale, che non si limitano più a vendere scanner, software di progettazione e stampanti: offrono ecosistemi completi supportati dall'intelligenza artificiale, capaci di condurre l'operatore fino al prodotto finito con un livello di autonomia crescente rispetto alle competenze raffinate che un tempo erano indispensabili. Le stesse aziende propongono ormai la progettazione da remoto e, in alcuni casi, l'intera filiera produttiva — fino alla consegna a domicilio — affidata a odontotecnici collocati in aree geografiche dove il costo orario del lavoro è sensibilmente più basso rispetto all'Italia.
Pensare che quei paesi non siano in grado di formare operatori altrettanto competenti, altrettanto creativi dei nostri, è un atto di presunzione. E i fatti, con la loro discrezione silenziosa, lo stanno dimostrando ogni giorno.
Le lezioni della storia
Non è la prima volta che assisto, da spettatore e da protagonista, a una trasformazione di questa portata. Sono figlio di un tisiologo, in un'epoca in cui la tisi era ancora una minaccia concreta e la tisiologia una specializzazione medica importante. Oggi quella malattia è stata ridimensionata a tal punto che la specializzazione stessa non esiste più. Al liceo, ricordo compagni che si preparavano a diventare marconisti o stenografi, mestieri che avevano scuole dedicate, percorsi strutturati, una loro dignità professionale. Sono scomparsi, inghiottiti da tecnologie che ne hanno reso superflua la funzione — non perché chi li esercitava fosse meno capace, ma perché il bisogno a cui rispondevano ha trovato una risposta più efficiente altrove.
È lo stesso meccanismo, credo, che oggi attraversa la nostra professione. Una competenza, per quanto radicata e rispettabile, resta viva solo finché risponde a un bisogno nel modo più efficiente disponibile. Quando smette di esserlo, viene affiancata, poi ridimensionata, infine sostituita.
Il velo di speranza: una nuova formazione
Ed è proprio qui, a mio avviso, che si apre lo spazio per una speranza concreta — non ingenua, ma costruita con lucidità. Perché la partita del futuro non si gioca solo sull'adozione della tecnologia, ma sulla capacità del sistema formativo di ripensare per tempo il percorso di studi dell'odontotecnico, oggi ancora impostato su un mestiere in larga parte manuale che sta progressivamente restringendosi. Continuare a insegnare secondo lo stesso impianto, aggiungendo il digitale come semplice appendice, significa preparare i futuri odontotecnici a un mondo che nel frattempo è già cambiato.
Serve, credo, un nuovo percorso formativo, probabilmente universitario, capace di trasferire competenze non solo tecniche ma concettuali — biomeccanica, gestione dei flussi digitali, capacità di validazione critica di ciò che l'algoritmo propone. E specularmente, dovrà rafforzarsi l'integrazione con l'odontoiatra: che lo si voglia o meno, i due percorsi formativi dovranno avvicinarsi, condividere un linguaggio e momenti di formazione realmente comuni, non semplicemente paralleli. Non è la tecnologia a decidere se l'odontotecnico avrà ancora un ruolo tra dieci anni. È il tipo di professionista che sapremo formare da qui in avanti. Un odontotecnico formato a questo livello non è una minaccia per la sua e la nostra professione: ne è, semmai, il rilancio.
La posizione dell'early adopter
Non sono, lo ripeto, il depositario di alcuna verità. Ma la mia sensibilità, unita a un amore autentico per l'esplorazione, mi porta a mantenere con convinzione la mia identità di early adopter. Non per un gusto sterile della novità, ma perché credo che la postura più prudente, oggi, non sia difendere il flusso che conosciamo, bensì comprendere per tempo verso dove il flusso si sta spostando — e provare a guidarlo, invece di subirlo.
Questo non significa svalutare la componente artigianale e artistica che ha reso grande l'odontotecnica italiana, né rinunciare al rigore clinico che deve sempre orientare ogni scelta terapeutica. Significa piuttosto ridefinire dove quella competenza produce ancora valore differenziante: nel giudizio clinico, nella capacità di dialogo con il paziente, nella supervisione critica di un processo che l'algoritmo può eseguire ma non può, almeno per ora, comprendere nella sua interezza biologica ed estetica.
Chi guida il cambiamento, e chi lo subisce
La domanda non è se l'intelligenza artificiale cambierà l'odontoiatria e l'odontotecnica. Lo sta già facendo. La domanda vera è chi deciderà di guidare questo cambiamento — a cominciare da come formiamo chi verrà dopo di noi — e chi, invece, si limiterà a subirlo.
La mia scelta, per ora, resta quella di guardare avanti con curiosità più che con timore. Non perché sia certo di avere ragione, ma perché la storia — quella della tisiologia, quella dei marconisti — mi ha insegnato che il costo di restare fermi è quasi sempre più alto del costo di sbagliare provando a muoversi.
Prof. Luigi Rubino
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