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30 Novembre 2008

La parodontologia sta cambiando volto

di Carlo Guastamacchia


Nel valutare, quotidianamente, quanto avviene nella letteratura odontoiatrica e nella massa (sterminata!) di sollecitazioni a congressi, corsi e conferenze varie, una cosa balza all’occhio, con sempre maggiore impellenza: il ridursi progressivo del “campo d’azione” del parodontologo.
Credo che, a questo proposito, un accenno storico, con aneddotica personale, non si possa considerare fuori luogo. Infatti, quando cominciai a lavorare io, circa 50 anni or sono, la parodontologia italiana stava iniziando a muovere i primi passi, sull’abbrivio dato da corsi e conferenze di colleghi stranieri, specie americani. Berliner, Goldman, Morton Amsterdam, ma, soprattutto, Glickman, fecero decollare una parodontologia davvero “nuova”, seppure mai vi era stata prima una parodontologia propriamente scientifica, in Italia. Gli italiani che, allora, lanciarono questa “nuova” parodontologia furono Bar, Calandriello, Ceria, Vogel … per non citare che i più attivi precursori e scusandomi per le troppe, obbligate, omissioni.
Orbene, questi colleghi, allora, svolgevano un lavoro, professionale e didattico, a tutto campo. In altre parole: erano parodontologi in senso stretto e praticavano altresì quotidianamente, quell’attività da “igienista” che solo molti (ma molti…) anni dopo sarebbe stata, giustappunto, compito e dovere professionale della nuova figura sanitaria. E’ appena il caso di ricordare che, allora, l’implantologia come la intendiamo noi oggi, era del tutto di là da venire, anche se colleghi italiani pionieri in questo campo vi fossero, ma in percentuale assolutamente trascurabile.
Cosa sia successo, progressivamente, anno dopo anno è ormai sotto gli occhi di tutti: l’igienista è diventato sempre di più competente, con compiti più “estesi” ed in numero di diplomati (oggi “laureati”) sempre maggiore. La sua residua “dipendenza” è più di tipo legale e formale che sostanziale, perché, in pratica, l’igienista svolge oggi gran parte di quel “lavoro” che un tempo il parodontologo esercitava in prima persona. D’altra parte è sotto gli occhi di tutti come l’implantologia abbia, in moltissimi casi, spodestato un certo tipo di parodontologia “conservativa”, al punto che oggi, la maggior parte dei congressi di parodontologia sono “gemellati” con sessioni implantologiche. Lo stesso destino hanno subito le pubblicazioni in tema di parodontologia, nelle quali sembra quasi che parodontologi ed implantologi abbiano lo scopo fondamentale di definire il rispettivo campo d’azione, con frequentissime sovrapposizioni ed esclusioni.
Cosa rimane quindi della parodontologia “tradizionale”? Sarei tentato di sottolineare tre elementi essenziali: la diagnosi, la chirurgia muco-gengivale e la terapia rigenerativa; certo non è poco, anzi, si tratta di capitoli essenziali, ma rispetto a 50 anni fa, mi sembra proprio che si tratti di un bel dimagrimento.



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