Combattere il dolore è da sempre uno degli obiettivi principali di chi presta una cura e la richiesta più pressante di chi è affetto da una malattia che sia acuta oppure cronica, grave o meno grave, di origine conosciuta o sconosciuta.
Purtroppo malgrado i notevoli progressi della ricerca medica e farmacologica la lotta contro il dolore, soprattutto quello cronico, è tuttora aperta. Le strategie messe a punto per una gestione efficace che limiti gli effetti collaterali delle terapie sono numerose ma senz’altro in molti casi ancora insufficienti.
Un tema vasto dai molteplici aspetti, assolutamente multidisciplinare, che ha stimolato la ricerca a comprendere sempre meglio i meccanismi
cellulari e molecolari che trasmettono i segnali dolorifici indicando nuovi bersagli farmacologici. Una delle ultime scoperte fa capo all’Università di Zurigo. Hanns Ulrich Zeilhofer e i suoi collaboratori hanno pubblicato sul numero di gennaio di quest’anno della rivista Nature i risultati delle loro ricerche condotte sul midollo spinale dei topi, secondo le quali alcune molecole della classe delle benzodiazepine sarebbero in grado di curare il dolore cronico senza effetti collaterali.
La percezione del dolore si estende dalla periferia dell’organismo, pelle e altri tessuti esterni, fino al midollo spinale e al cervello. Particolari stimoli attivano i nocicettori, le cellule nervose che percepiscono il dolore. I nocicettori inviano gli impulsi lungo gli assoni fino alle cellule nervose nella regione del corno dorsale del midollo spinale, che a loro volta trasmettono il messaggio al cervello che lo interpreta come dolore.
Gli studi del team di ricerca svizzero si sono concentrati sui recettori del Gaba (Acido gamma aminobutirrico) uno dei più importanti neurotrasmettitori implicati nella sedazione degli stimoli dolorosi. In sintesi dai risultati ottenuti con esperimenti sui topi i ricercatori hanno dimostrato che bersagliando due specifiche sub-unità del recettore Gaba A per il Gaba alcune molecole della classe delle benzodiazepine sono in grado di curare il dolore cronico senza effetti collaterali. Queste sub-unità si trovano infatti soltanto nel midollo spinale quindi non si verificano le conseguenza tipiche come tolleranza, dipendenza, sedazione che si riscontrano con i farmaci che agiscono a livello cerebrale (Le Scienze, febbraio, 2008).
Anche se si tratta soltanto di un primo passo, la prospettiva di poter mettere a punto un farmaco che sia in grado di attivare in modo estremamente mirato il funzionamento di neurotrasmettitori del midollo spinale senza causare effetti secondari a livello centrale è molto interessante e apre vie nuove nella ricerca di un trattamento valido ed efficace del dolore.I promettenti risultati di ricerche come quella appena descritta fanno ben sperare sui continui miglioramenti nelle conoscenze di questo complesso argomento; nella pratica clinica l’attuale situazione sia per quanto riguarda i farmaci disponibili sia per quanto concerne il loro utilizzo presenta ancora numerosi problemi da risolvere.
Per conoscere lo stato dell’arte della terapia del dolore si può fare riferimento al libro di Sebastiano Mercadante “Il dolore: valutazione, diagnosi e trattamento” che offre un quadro completo delle sindromi dolorose e delle terapie oggi disponibili.
In particolare è bene sottolineare che i progressi non si riscontrano soltanto nella ricerca, da un punto di vista clinico si sta verificando un altro importante cambiamento, che si esprime nella sostituzione del paradigma del dolore considerato come sintomo con il dolore come componente chiave della malattia o addirittura esso stesso trasformato in malattia. Questo concetto viene sottolineato da Russell K. Portenoy, professore di neurologia e anestesiologia al Albert Einstein College of Medicine di New York nella presentazione del libro.
“La considerazione del dolore come malattia - afferma il professore - è stata abilitata dalla dimostrazione degli effetti fisiologici negativi associati al dolore non trattato. Gli effetti negativi, causati dalla risposta allo stress che accompagna il dolore acuto, relazionato alle alterazioni neuroendocrine e immunologiche, dimostrano chiaramente che il dolore richiede un trattamento, non solo per gli aspetti umani, ma anche per consentire all’organismo di ritornare a uno stato di salute. Anche il dolore cronico causa alterazioni fisiologiche, in grado di influenzare la sfera funzionale. La complessa fenomenologia associata al dolore, come si osserva in molte malattie o sindromi, spiega il razionale del dolore inteso come malattia a se stante. Per molti soggetti con dolore cronico, l’esperienza del dolore è accompagnata da un declino della qualità di vita per le modificazione del tono dell’umore delle dinamiche socio-familiari, della ridotta capacita di lavoro, per problemi finanziari e per i sintomi conseguenti come l’insonnia e la fatica.”
La comprensione di questa nuova prospettiva può favorire lo sviluppo degli interventi terapeutici sottolineando l’importanza del dolore come problema di salute pubblica.
GdO 2008; 8
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