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21 Dicembre 2020

Pensare ad un modello di odontoiatria legato al pubblico: anacronistico

Quale ruolo del pubblico, dei privati, dell’Università per un’odontoiatria equa e sostenibile da parte dei cittadini? Le riflessioni del prof. Massimo Gagliani nel suo Agorà del Lunedì


Ho iniziato, da figlio d’arte, la professione presto. Erano tempi eroici, una corona in oro-ceramica, attualizzata, costava, proporzionalmente, come una bella macchina di fascia media. Oppure, volendo traguardare tutto all’immobiliare, con lo stesso manufatto si potevano acquistare 5 metri quadri di un appartamento; oggi se si compara un quinto di metro quadro si è fortunati.
Parlo delle grandi città, ovviamente. Forse per questo motivo la provincia sopravvive meglio alle turbe che affliggono e affliggeranno questa professione. 

La professione ha trovato degli sbocchi nelle società di investimento che, nelle forme migliori, consentono a professionisti, giovani e meno giovani, di fare solo i dentisti; delle forme peggiori non voglio parlare, ma assimilarle in un unico ambito sarebbe come dire che non esistono dentisti scarsi, un falso storico. 

Su Odontoiatria33 alcuni interventi puntano l’indice sul ruolo dell’Odontoiatria Pubblica in questo contesto di singolare trasformazione.  Il problema è annoso, lascia confusi molti aspetti che sembrano appannaggio delle corporazioni e, in regioni come la Lombardia, la magistratura ha avuto da ridire non poco su alcuni aspetti organizzativi.

È pertanto difficile estendere a livello nazionale riflessioni che porterebbero a identificare modelli differenti in regioni differenti. Purtroppo la Sanità, in senso lato, non è fatta da modelli ma da uomini che si fanno carico di problemi e trovano le soluzioni; serve solo l’onestà intellettuale di guardare quanto sia successo nel corso degli ultimi trent’anni e porvi dei correttivi, in relazione al contesto storico entro il quale si sta vivendo. 

Restringendo quindi il “dibattito” alla sola Lombardia i modelli sono i più disparati da provincia a provincia, forse da città a città. L’esperienza milanese ha raccolto segnali contrastanti ma uno su tutti pare incontrovertibile: il modello pubblico non è di grande interesse e come tale viene trattato. 

Riproporre un modello solo legato al pubblico pare scelta antistorica, mostrando il pubblico croniche inefficienze, non tanto per le proposte ma per la totale de-responsabilizzazione dei latori di questo servizio e per la mancanza oggettiva di parametri per giudicarne l’efficienza. 

Detto in modo presuntuoso – facendone io parte – l’organo che meglio di ogni altro potrebbe erigere questi parametri potrebbe essere l’Università, la quale, in questo ruolo, sarebbe quello che gli statunitensi chiamano “game-changer”, a patto che voglia assumersi delle responsabilità oggettive e non mistifichi la recente storia di promesse puntualmente disattese. 

Si tratterà di determinare, nella giungla attuale, paradigmi di comportamento per un’odontoiatria equa e sostenibile da parte dei cittadini.  Se il “pubblico” ha quale “ghello” lo dia ai rianimatori e non lo sprechi per i dentisti, concedendo a questi ultimi il minimo essenziale per provvedere alle parti di popolazione realmente sfortunate, non solo odontoiatricamente parlando. 

I progetti ci sono, basterà scrollarsi di dosso la pigrizia che ha impedito, da dieci anni a questa parte, di leggerli.


 
 

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