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28 Gennaio 2025

L’importanza dell’OMS spiegato al settore dentale da chi ci ha collaborato

La prof.ssa Strohmenger: la salute e la malattia sono due fenomeni di comunità e la loro gestione deve essere un diritto dell’essere umano e un dovere comunitario di farsene carico

Norberto Maccagno

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La questione dell'OMS è diventata d’attualità dopo la decisione del neo presidente USA Donald Trump di uscire dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, durante la pandemia era già stato più volte in contrasto con le decisioni dell’OMS. Anche in Italia si è aperto il dibattito per via di un emendamento presentato dalla Lega che vorrebbe fare uscire l’Italia dai Paesi aderenti. Proposta, peraltro, che non sembra avere colto molto interesse dalle altre forze politiche e ampiamente criticata dal mondo medico scientifico.  

Ma cosa è l’OMS e quale è la sua missione?  

Lo abbiamo chiesto alla prof. Laura Strohmenger, odontoiatra, direttrice del Centro di collaborazione dell’OMS di Ginevra dal 2003 al 2018, punto di rifermento italiano dell’odontoiatria di comunità.  

Professoressa, spiega ai nostri lettori cosa è l’OMS?  

L’Organizzazione Mondiale della Sanità è stato istituito nel 1948 unitamente a una serie di Istituzioni internazionali che hanno fortemente voluto le Nazioni che hanno vinto la seconda guerra mondiale. La sua istituzione è stata voluta poiché già allora si riteneva che le grandi decisioni sanitarie dovessero essere individuate, studiate ed affrontate dalle popolazioni in modo discusso, concordato, studiato e definito all’interno della comunità umana e magari non solo quella ma anche quella animale e vegetale. 

Il ruolo dell'OMS inizialmente è stato quello di consentire una analisi comune delle problematiche sanitarie, individuare i problemi sanitari con le relative urgenze ed i percorsi d’intervento non solo adeguati alle singole nazioni ma compartecipati tra tutti i Paesi. Interventi seguiti nel tempo ed eventualmente modificati in base all’osservazione dei fenomeni sanitari tramite l’epidemiologia. Nei primi anni, lo sforzo di individuare le priorità sanitarie e di mettere a punto percorsi epidemiologici adeguati ha rappresentato il principale lavoro comune.   

Mi piace ricordare subito che allora la medicina si confrontava con molte malattie degenerative e con relativamente poche malattie infettive e quindi le problematiche comuni da discutere, sulle quali intervenire, erano molto diverse da quelle odierne.
Il grande sforzo iniziale è stato quello di coinvolgere le varie nazioni aderenti per definire i problemi sanitari e quelli fondamentali comuni e di mettere a punto un quadro sulla distribuzione delle malattie del uomo nelle varie parti del pianeta.  

Lo sforzo epidemiologico è stato particolarmente analizzato e discusso perché si è ritenuto che fosse insindacabilmente necessario conoscere l’elenco delle malattie più rilevanti presenti nei vari Paesi, conoscerne la loro presenza in tutte le parti del mondo e costruire degli indicatori comuni a tutta la classe sanitaria che doveva concorrere a raccogliere dati, per definire la prevalenza e l’incidenza delle patologie esaminate.  

In molti Paesi del mondo questo percorso è stato relativamente facile da raggiungere, in altri molto difficile.  

Dopo la raccolta dei dati epidemiologici, l’OMS si è occupato di definire le caratteristiche fondamentali delle patologie presenti nel mondo, in base ai dati scientifici di allora, e indicare degli indici epidemiologici chiari e condivisi ma anche facili da rilevare con indagini specifiche. Questo grande sforzo ha portato alla creazione di una metodica basilare che consentisse di formulare una carta geografica molto precisa sulla diffusione dei vari eventi morbosi, nelle diverse zone del pianeta.  

Con questi dati si sono proposti percorsi terapeutici e preventivi adeguati alla incidenza dei soggetti malati delle varie nazioni.  

Tutto questo percorso è stato costruito analizzando in prima battuta le patologie più rilevanti già presenti e tutti i dati che la ricerca scientifica aveva prodotto sulla tipologia delle varie patologie, trasmissibili e non trasmissibili.  

Al tempo ci si era limitati a questo tipo di analisi senza correlarla, come oggi faremmo, al mondo animale, al clima, alle condizioni socio economiche delle diverse nazioni e ad altre variabili come ad esempio ai determinati commerciali della salute di cui parliamo da pochi anni a questa parte.
Il ruolo dell’OMS, ai tempi, è stato quello di ritenere che i problemi sanitari fossero comuni a tutta l’umanità, che la ricerca scientifica doveva essere la base per qualsiasi decisione sanitaria si fosse assunta e che la condivisione sia delle terapie che delle prevenzioni, fossero insindacabilmente necessarie.  

Già dalle prime fasi la chiara indicazione dell’OMS è stata comunque, sempre ed ovunque, quella di occuparsi anche della prevenzione delle malattie, primaria, secondaria e terziaria raggiungendo gli obbiettivi preventivi organizzati dalla ricerca da tutti i Paesi nel loro insieme.    

È un organismo scientifico o politico?  

L’OMS è sicuramente un’Istituzione che deve basarsi sul dato scientifico e possibilmente quindi su un aggiornamento scientifico oserei dire quotidiano. Quando un ampio gruppo di Nazioni ritengono determinante lavorare insieme per definizione, imprimono al loro lavoro un aspetto politico che per certi versi è inevitabile. Quindi direi che l’OMS è bene che sia basato sul dato scientifico ormai quotidiano ed è utile che sia politico. Dove il politico è da intendersi che tutti gli esseri umani hanno ugual diritto ad essere curati e “prevenuti”.  

Quale contributo può dare e sta dando al settore odontoiatrico?  

Molte nazioni hanno con OMS un rapporto molto stretto e contribuiscono nella sede di Ginevra alla messa a punto di tutte le varie fasi del percorso internazionale.  

Gli esempi nella storia della medicina sono tanti.  

Mi piace ricordarne uno, che è quello derivante dalla riunione internazionale tenuto ad Alma Ata dove si mise a punto un documento fondamentale che esprimeva con grandissima forza l’impegno mondiale ad occuparsi di prevenzione a tutti i livelli e per tutte le malattie conosciute. Tale intervento venne discusso e proposto in chiave comunitaria, attribuendo ai medici di tutto il mondo una grande responsabilità rispetto alla prevenzione di comunità che è quella che interessa le Istituzioni per tutti i propri cittadini. Tale concetto doveva trasformare i vari sistemi sanitari in organismi rivolti al singolo malato ma soprattutto rivolti alla comunità nel suo complesso, in modo da poter indicare percorsi preventivi per la comunità che coinvolgessero tutti i cittadini del mondo.   

E l’odontoiatria?  

L’OMS, dalla sua nascita in poi a livello internazionale, ha dato molto spazio alle problematiche odontoiatriche. Ciò è stato determinato fin da subito dai gravi problemi che l’odontoiatria esprimeva nell’essere umano e in particolare per l’alto livello di carie presenti nel uomo e nella comparsa della patologia parodontale. 

Quindi, per questi motivi, essendo la carie già allora con grande prevalenza e la malattia parodontale agli esordi, il coinvolgimento delle singole Nazioni in questo campo è stato molto forte.  

Non tutti i Paesi hanno risposto nell’immediato, alcuni sì ma altri hanno fatto molta fatica.   

L’Italia ha ricevuto una forte stimolazione dall’OMS intorno agli anni 1970.  

In quella data l’Oral Health Unit di Ginevra, che era stata potenziata a livello di operatori odontoiatrici, si mise in contatto con il nostro Paese con il quale non aveva ancora istituito un rapporto formale. Io ricordo molto bene quel primo contatto che venne motivato dall’Istituzione internazionale con una domanda: ”noi dal vostro paese non abbiamo notizie in merito dell' odontoiatria. Volete voi collaborare con noi in base alle nostre finalità?”  

La risposta è stata immediatamente affermativa e ha coinvolto il nostro Paese in modo molto attivo da quel momento in poi.   

Quindi la risposta che posso dare alla domanda che lei mi ha posto, è che il contributo dato dall’OMS all’odontoiatria è stato vario in alcuni Paesi e in alcuni periodi molto forte, in altri meno ma comunque sempre molto rilevante, anche nel nostro Paese.   

L’OMS, quindi, possiamo dire che ha stimolato a potenziare la nostra ricerca scientifica in tutto il mondo nel campo delle patologie orali, nell’istituire l’odontoiatria di comunità, nel raccogliere dati epidemiologici e nel consentire agli odontoiatri italiani un confronto serrato, frequente e molto utile nelle decisioni anche nazionali.  

Un esempio di tutto ciò è rappresentato dai numerosi dati epidemiologici storici che il nostro Paese ha raccolto e dall’aver approntato al Ministero della salute una serie di linee guida alcune delle quali già aggiornate, su argomenti odontoiatrici ritenuti molto importanti.    

Delle attività svolte durante il suo incarico, quale quella più significativa?  

La risposta a questa domanda è per me molto difficile. Dopo essermi laureata in medicina, il caso mi ha fatto incontrare il disastro di Seveso dell’ICMESA, l’avvelenamento da diossina.  

In quel periodo venni coinvolta dagli epidemiologi della clinica ostetrica ginecologica Mangiagalli di Milano, lì scoprì l’epidemiologia e tutto ciò che ne deriva. Questo modo di fare il medico mi coinvolse in modo definitivo e quindi, quando l’OMS contattò la scuola di Giorgio Vogel, io fui la prima ad esprimere il mio interesse.
Il risultato di questo incontro per me è stato fondamentale e molto appagante.  

Con lo stesso entusiasmo e soddisfazione ho partecipato alla messa punto di una clinica odontoiatrica pubblica che ha avuto la forza e il coraggio di offrire a una fetta di cittadini milanesi un servizio odontoiatrico pubblico completo e di grande livello.   

Questi due argomenti sono stati quelli che mi consentono di guardare al passato, ancora oggi, con grande entusiasmo e soddisfazione.    

Come giudica la decisione del presidente Trump di uscire dall’OMS?  

Per quanto riguarda ciò che il presidente Trump ha esplicitato sono fortemente indignata, perché ritengo che la salute e la malattia siano due fenomeni di comunità. Essi sono determinati da molti fattori sia il primo che il secondo e la loro gestione deve essere un diritto dell’essere umano e un dovere comunitario di farsene carico

Solo con una visione di questo tipo, possibilmente condiviso da tutti noi, possiamo pensare di continuare a migliorare la vita degli esseri umani, degli animali e dell’ambiente dedicando anche tempo e soldi per potenziare i grandi aspetti preventivi e terapeutici che la comunità riesce ad esprimere.       


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