Uno studio pubblicato su Dentistry Journal ha confrontato il modo in cui il caries risk management viene applicato nella pratica quotidiana in alcuni paesi europei
La gestione del rischio carie negli studi odontoiatrici europei rimane fortemente eterogenea e solo parzialmente allineata alle raccomandazioni basate sull’evidenza scientifica. È quanto emerge dal CARMEN Study (Caries Risk Management in Europe), uno studio osservazionale multicentrico che ha analizzato le pratiche cliniche di valutazione e gestione del rischio cariogeno in Bulgaria, Grecia, Polonia e Portogallo.
Lo studio, recentemente pubblicato su Dentistry Journal e ripreso dal British Dental Journal, rappresenta una delle analisi più dettagliate disponibili sul modo in cui il caries risk management viene applicato nella pratica quotidiana in Europa, andando oltre le linee guida per osservare il comportamento reale dei clinici.
Lo studio e la popolazione coinvolta
Il CARMEN Study ha coinvolto 51 dentisti operanti in contesti clinici differenti nei quattro Paesi europei considerati, che hanno reclutato complessivamente 1.008 pazienti con necessità di gestione del rischio carie, sia in ambito preventivo sia curativo. La raccolta dei dati ha incluso informazioni sui professionisti, sui pazienti e sulle modalità di valutazione e trattamento adottate nel tempo. La distribuzione dei pazienti ha evidenziato differenze numeriche tra i Paesi, con una maggiore rappresentanza di Bulgaria, Grecia e Polonia rispetto al Portogallo, riflettendo anche differenze organizzative e di accesso alle cure nei diversi sistemi sanitari nazionale.
Valutazione del rischio carie: strumenti standardizzati ancora poco presenti nella pratica
Uno dei risultati più rilevanti del CARMEN Study riguarda il limitato utilizzo di strumenti standardizzati per la valutazione del rischio carie, adottati da meno del 15% dei dentisti nei quattro Paesi coinvolti – Bulgaria, Grecia, Polonia e Portogallo. Nella maggior parte dei casi, la stima del rischio si basa prevalentemente sull’esame clinico e sull’anamnesi tradizionale, senza il supporto sistematico di modelli strutturati e validati.
In particolare, risultano poco utilizzati strumenti multifattoriali di caries risk assessment, come il Cariogram®, che integra variabili cliniche, comportamentali e biologiche, e i modelli ispirati al protocollo CAMBRA (Caries Management by Risk Assessment), che prevedono la classificazione del paziente in fasce di rischio e l’applicazione di strategie preventive e terapeutiche differenziate.
Anche l’impiego di schede standardizzate di valutazione del rischio, con checklist dedicate a dieta, esposizione al fluoro, abitudini di igiene orale e fattori socioeconomici, appare sporadico e non strutturato. Parallelamente, lo studio conferma un ricorso marginale ai test salivari (flusso, pH e capacità tampone) e ai test microbiologici, utilizzati solo in casi selezionati e non come parte integrante di un protocollo routinario di valutazione del rischio carie.
Gli autori sottolineano come questa impostazione, fortemente basata sul giudizio clinico individuale, renda più difficile la rivalutazione periodica del rischio, la confrontabilità dei dati nel tempo e l’aderenza alle raccomandazioni basate sull’evidenza. In conclusione, il lavoro suggerisce la necessità di integrare strumenti di valutazione semplici ma condivisi, capaci di includere modelli biopsicosociali e di adattarsi alla realtà clinica quotidiana, senza aumentare in modo eccessivo il carico operativo per il professionista.
In questo contesto, la formazione universitaria e post‑universitaria emerge come leva fondamentale per favorire l’adozione di un caries risk management più strutturato, coerente e realmente personalizzato.
Differenze tra Paesi nelle strategie cliniche
Lo studio evidenzia interessanti differenze nazionali nell’approccio alla gestione del rischio carie. In Bulgaria, i dentisti riferiscono un minore utilizzo di strategie di fluoroprofilassi, associato però a un più elevato ricorso a restauri e a una maggiore attenzione all’educazione terapeutica del paziente. In Polonia, invece, emerge un utilizzo più frequente di procedure di rimineralizzazione, mentre la valutazione e rivalutazione sistematica della salute orale risulta più strutturata rispetto ad altri contesti, insieme alla Bulgaria.In Grecia, lo studio segnala una minore sistematicità nella rivalutazione del rischio carie nel tempo, mentre il Portogallo mostra una maggiore adesione alle raccomandazioni preventive, in particolare nei professionisti con formazione universitaria specifica in caries risk management.
Rischio carie e status socioeconomico
Un dato trasversale a tutti i Paesi analizzati riguarda la relazione tra rischio carie e condizioni socioeconomiche. Il CARMEN Study conferma un’associazione inversa tra status socioeconomico e rischio cariogeno, con una maggiore probabilità di carie attiva e di lesioni non trattate nei pazienti provenienti da contesti socioeconomici più svantaggiati. Questo risultato rafforza il concetto della carie come patologia a forte componente sociale e sottolinea la necessità di strategie preventive personalizzate, capaci di tenere conto non solo dei fattori clinici ma anche delle determinanti sociali della salute orale.
Il ruolo chiave della formazione universitaria
Tra i fattori che influenzano positivamente la gestione del rischio carie, la formazione universitaria specifica emerge come elemento determinante. I dentisti che avevano ricevuto un’educazione strutturata sul caries risk management durante il percorso accademico o in programmi di aggiornamento successivi mostrano una maggiore adesione alle linee guida e un approccio più coerente e sistematico alla prevenzione. La percentuale di professionisti con formazione specifica varia sensibilmente tra i Paesi, risultando più elevata in Polonia e Portogallo e più contenuta in Bulgaria e Grecia, a conferma del ruolo cruciale dell’educazione nella standardizzazione delle pratiche cliniche.
Conclusioni
Nel complesso, il CARMEN Study restituisce l’immagine di una gestione del rischio carie ancora lontana da una piena armonizzazione a livello europeo. La personalizzazione delle cure è spesso presente, ma non sempre supportata da strumenti validati e da un approccio biopsicosociale strutturato.
Per il clinico, i risultati dello studio rappresentano un invito a integrare in modo più sistematico la valutazione del rischio carie nella pratica quotidiana, adottando strumenti semplici ma standardizzati e rafforzando il ruolo della prevenzione, soprattutto nei pazienti a maggior rischio. In un’Europa odontoiatrica sempre più chiamata a misurarsi con equità di accesso alle cure e sostenibilità dei sistemi sanitari, una gestione più consapevole e basata sull’evidenza del rischio carie appare una priorità non più rinviabile.
Per approfondire a questo link la ricerca.
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