Può capitare, si sta armeggiando con l'impianto, con il cacciavite per serrarlo e lui sfugge finendo sulla lingua. Il paziente si agita, non sta fermo, l'assistente non è abbastanza veloce ad aspirarlo e finisce sotto la lingua, il paziente deglutisce e lo ingoia.
Una vicenda simile è capitata ad un paziente di un dentista del cuneese. "Inghiotte la vite dal dentista: Ho passato 16 giorni da incubo", il titolo sulla cronaca locale del quotidiano La Stampa.
Stando all'articolo il paziente si era recato al proprio dentista per un intervento di implantologia programmato, il dentista ha iniziato il trattamento quando l'impianto è sfuggito ed è finito nella gola del paziente.
Accortosi subito dell'accaduto il dentista, professionista di lunga data precisa il quotidiano, ha cercato di fare espellere l'oggetto al paziente, ma ormai era tardi.
La seconda opzione è stata rimandare il paziente a casa sperando che "uscisse" per vie naturali, ma così non è stato.
Dopo qualche girono, forse la suggestione aggiungiamo noi, il paziente ha cominciato a lamentare dolori alla pancia e si è rivolto al Pronto soccorso del locale ospedale dove lastre e Tac hanno permesso di individuare la vite che 16 giorni dopo i medici hanno deciso di togliere con una soda.
Il paziente ha dichiarato di "non aver deciso se agire legalmente nei confronti del dentista".
La vicenda ci ha incuriosito ed abbiamo voluto chiedere un commento al prof. Massimo Amato per capire le eventuali responsabilità del professionista e quali potevano essere le azioni del paziente.
"Credo che un incidente sia definito tale quando la fortuita del caso, con concause non predicibili (colpo di tosse, movimenti esasperati non controllati o scivolamento del pezzo per estrema bagnatura dei guanti etc), lo determinano. Un professionista, peraltro riconosciuto dal paziente come serio e stimato tende solo a effettuare la sua terapia per la reciproca soddisfazione delle parti. Per cui mi sembra, stando a quanto riportato nell'articolo, che il paziente con assoluta onestà, abbia riconosciuto sia i meriti che l'accidentalità dei fatti".
Premesso questo il prof. Amato ammette che se volesse iniziare un'azione risarcitoria avrebbe tutti gli elementi per farlo, "anche se la quantificazione dei danni è relativa solo ai tempi della necessaria terapia effettuata in ambiente pubblico, per eliminare dall'intestino l'impianto".
"Mi sembra -ci dice- di poter affermare che la cifra, senza danno permanente, sia solo cadente su una eventuale perdita di attività lavorativa e poco altro. Per cui, in accordo con il paziente ,sono certo che il collega effettuerà una particolare riduzione al preventivo, per chiudere bonariamente l'incidente e continuare un rapporto sano e basato sulla fiducia. Cosa sempre più complessa da coltivare nella pratica quotidiana".
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