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12 Maggio 2015

Odontoiatra protagonista nella paleonutrizione: per scoprire cosa mangiavano i nostri antenati. I risultati da uno studio italiano


Qualche anno fa, grazie agli stimoli avuti dal professor Giuseppe Armocida, indagammo con analisi al SEM il tartaro adeso a crani di epoca medioevale, una esperienza fondamentale per comprendere l'importanza ed il valore di "testimone" del tartaro. Il tartaro può infatti contenere tracce del passato utili a definire i comportamenti del singolo individuo o della popolazione cui apparteneva.

In pratica, l'odontoiatria può diventare protagonista nella paleonutrizione, campo d'indagine della paleoantropologia che, attraverso l'esame di indicatori ricavabili dai resti umani provenienti da siti archeologici, mira a ricostruire il regime alimentare di una determinata popolazione.

Il primo studio è dunque nato con l'obiettivo di studiare le abitudini alimentari dei nostri antenati, avvalendosi del tartaro fossilizzato su denti di scheletri umani antichi. Allo scopo sono stati analizzati macroscopicamente crani provenienti da provenienti dall'area cimiteriale della chiesa di Sant'Agostino a Caravate in provincia di Varese. Si eÌ eseguita una microscopia elettronica a scansione ed un'analisi spettrometrica dei depositi.

I primi risultati hanno dimostrato come la morfologia del pezzo di tartaro moderno eÌ sovrapponibile per caratteristiche a quello antico; si puòÌ affermare, infatti, come siano presenti gli stessi batteri. In questo studio sono stati poi classicamente analizzati morfologicamente i denti, che in stretto contatto con i prodotti alimentari, portano a fenomeni come carie e usura delle corone, chiavi preziose per raccogliere informazioni sulla dieta. Dopo aver costato che non vi erano sostanziali differenze morfologiche tra il tartaro antico e quello attuale, abbiamo voluto indagare il tartaro tramite analisi con ICP-MS (Inductively coupled plasma mass spectrometry, ovvero spettrometria di massa con sorgente al plasma ad accoppiamento induttivo) e ricerca di fitoliti, per ricavare informazioni utili sulla paleonutrizione. I fitoliti sono granuli di origine vegetale costituiti da silicio amorfo, acqua e elementi in tracce; sono composti inorganici estremamente resistenti nei confronti di sostanze chimiche e forze inorganiche, contenuti anche nelle parti commestibili dei vegetali. Possono depositarsi nel cavo orale durante gli atti masticatori ed essere successivamente inglobati nel tartaro, ove rimangono intatti anche per migliaia di anni. Vengono prodotti dalle piante con morfologie specifiche, pertanto, a partire dal ritrovamento di un fitolite isolato, è possibile riconoscere i taxa di rango più elevato, come famiglie, tribù o sottofamiglie in cui sono stati creati, ottenendo informazioni sulla paleonutrizione.

Lo studio è stato permesso da una profonda collaborazione interdisciplinare tra odontoiatri, biologi e storici in particolare Cristina Corti, Laura Rampazzi, Carlo Dossi, Lanfredo Castelletti e Marta Licata. Alla fine, lo studio ha dimostrato che gli abitanti di quella zona erano soliti avere una dieta basata sul consumo di carboidrati (dicotiledoni e monocotiledoni), e su proteine per lo più derivati da pesci.

 Il lavoro è stato pubblicato sulla prestigiosa rivista International Journal of Osteoarchaeology (Impact Factor: 1.07) con il titolo "The Diet of Three Medieval Individuals from Caravate (Varese, Italy). Combined Results of ICP-MS Analysis of Trace Elements and Phytolith Analysis Conducted on their Dental Calculus".  Curioso è che i risultati dello studio sono subito stati ripesi da una rivista di storia medioevale con un articolo dal titolo "Grilled Fish and Nettles in Medieval Caravate".

A cura di: prof. Luca Levrini

 
 

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