Un giochino per chi è nato prima del 1970, ma ci possono provare quelli di qualche anno più giovani: pensate a come veniva gestita un’attività a quel tempo, sia che si parli del negozietto in cui la mamma ci mandava a prendere il pane o il latte, del benzinaio, del cinema, o di professionisti come l’avvocato o il commercialista. Pensate alle grandi società i cui nomi ci hanno accompagnato negli anni del Carosello - Sip, Eni, Moplen, ma anche la stessa Fiat - o alla televisione.
In poco più di trent’anni la società è cambiata: se in meglio o in peggio non importa, tanto indietro non si torna.
È con questa premessa, credo, che dobbiamo leggere il servizio di Debora Bellinzani su questo numero del GdO sugli “odontoiatri insoddisfatti”. Ed è con lo stesso spirito che oggi chi si appresta a vivere una qualsiasi professione, odontoiatria compresa, deve affrontare i cambiamenti.
L’inchiesta parte da un dubbio molto interessante: quanti dei giovani laureati in odontoiatria entrati nel mondo del lavoro sono contenti della scelta fatta? E per cercare di rispondere, c’è l’intervista a quattro “giovani”.
Prima di entrare nel merito della considerazione di fondo a cui giungono - “Ah, l’avessi saputo prima, forse avrei scelto un’altra strada” - vorrei evidenziare l’età dei quattro “giovani” dentisti - 36, 37, 39 - e le modalità in cui esercitano la professione: solo uno in studio proprio, mentre gli altri tre come free lance. Cioè come collaboratori. E la parola oggi suona come precariato, soprattutto se riteniamo che la professione vada esercitata in via esclusiva in uno studio come titolare.
Non è così: il fatto di rassegnarsi all’idea che probabilmente moltissimi, figli d’arte a parte - ma anche per loro non è detto - non avranno mai un proprio studio e la professione sarà esercitata da collaboratori, associati o dipendenti non deve essere vissuta come una sconfitta, ma come il naturale cambiamento della professione.
Secondo l’annuale rapporto Almalaurea, la laurea in medicina e, poco sotto, quella di odontoiatria sono quelle che garantiscono, nei tre anni successivi, un più alto tasso di occupazione rispetto ai loro colleghi che hanno scelto altre professioni, quali commercialisti o avvocati.
Più interessanti e preoccupanti sono altri aspetti che emergono dalle interviste.
In primo luogo, il fatto che nel momento della scelta ragazzi, ma soprattutto genitori - visto che la maggior parte ammette di essere quasi stati cotretti a frequentare odontoiatria - sono stati condizionati dallo stereotipo di una professione facile e ricca. Ma già venti anni fa l’odontoiatria stava cambiando. Così, lo stupore nel costatare come gli adempimenti burocratici siano gravosi, dimostra una visione della professione non realistica.
“Questa à la libera professione baby”, potremmo commentare parafrasando un celebre film, applicandolo non solo al dentista, ma a tutte le libere professioni. La burocrazia accompagna tutti coloro che si mettono in proprio, che aprono una attività. Oggi, ma anche ieri, il titolare non deve pensare solo a lavorare, ma a gestire la propria azienda.
Perché lo studio dentistico dovrebbe essere un’eccezione?
La libera professione non è certo sinonimo di tranquillità, come ha detto qualcuno degli intervistati, non lo è mai stata. Non lo è stata per i dentisti affermati di oggi che per anni, dopo la laurea, hanno frequento corsi, aperto e chiuso studi fino a farsi la “clientela giusta”. Certo, oggi, loro hanno un proprio studio affermato, cosa che difficilmente avranno i giovani laureati. Ma questo non è la causa del cambiamento, ma della poco lungimiranza di chi governava la professione 40-50 anni fa, che ha permesso l’accesso a medici senza specializzazione e con “la vocazione”.
Leggendo le aspettative degli odontoiatri intervistati emerge quindi che da studenti non sono stati formati alla professione, non tanto sull’aspetto clinico - comunque tutti lo hanno giudicato molto carente -, ma su quello professionale. Possibile che all’interno dell’Università nessuno li abbia preparati a questo cambiamento di mentalità e non abbia spiegato quale professione li aspettava una volta laureati?
Oggi mi sembra che la situazione sia cambiata, o almeno non sia altrettanto grave; chi esce dall’Università probabilmente ha il sentore di come sarà il mondo del lavoro: difficile, come in tutti i settori.
Ma tra le interviste, quella di Davide mi sembra, più di altre, centrare il problema reale della professione odontoiatrica di oggi, mettendo in luce il fatto che chi dovrebbe stare al fianco di questi più o meno giovani dentisti in realtà non lo fa. Davide dice: “Per quanto riguarda il lavoro come collaboratore, le principali cause di scontento riguardavano i rapporti di lavoro e, in particolare, i rapporti fra colleghi: i titolari di studio spesso impongono condizioni di lavoro inaccettabili e sottopagano le collaborazioni, specialmente in conservativa ed endodonzia; mi fa specie pensare che il codice deontologico vieta di lucrare sul lavoro di un collega, mentre nei rapporti di collaborazione in ambito odontoiatrico tale norma è costantemente violata nella pratica”. A quanto denuncia Davide si può rispondere solo con fatti concreti: questo non è l’inesorabile cambiamento che avanza, ma il vecchio malcostume che continua.
n.maccagno@d-press.it
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