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25 Ottobre 2011

Che cosa pensano della professione i più giovani?

di Norberto Maccagno


Continuiamo il nostro viaggio attraverso che cosa pensano della professione odontoiatrica i giovani e quali aspettative hanno dal futuro. Questa volta, siamo andati a sentire Matteo Piergentili (classe 1989), che da un anno è il presidente Aiso, l’associazione degli studenti in odontoiatria. Iscritto al quinto anno presso l’Università Federico II di Napoli, appartiene a quegli studenti entusiasti della scelta fatta: “Non sono pentito, non farei altro lavoro al mondo”.

Soprattutto tra gli studenti, la percezione è che siano molti ad avere una visione positiva della professione, nonostante la crisi e il rapporto (sfavorevole) tra aspiranti dentisti e posti disponibili nei corsi di laurea. Non è che spesso si ha una visione un po’ stereotipata?
Sicuramente molti studenti che accedono al nostro corso di laurea non hanno le idee tanto chiare a riguardo, ma, osservando le graduatorie dei concorsi degli ultimi dieci anni, possiamo vedere scorrimenti sempre più ampi, poiché gli studenti preferiscono la carriera del medico, che assicura un guadagno già dalla specializzazione. Comunque, sono pienamente soddisfatto della nuova organizzazione del concorso d’ammissione.

Lo studio “in proprio” è ancora l’obiettivo più ambito, oppure si comincia a mettere in conto che la professione potrà essere esercitata anche in forma associata o come collaboratore?
Dipende. Chi è “figlio d’arte” è più orientato a continuare in proprio, ma chi, come me, dovrà partire da zero, sa bene che è difficile aprire un’attività da solo in un panorama già inflazionato.
Anche se in realtà molto dipende dal ramo di specializzazione che intraprenderemo dopo l’università.
Recentemente, l’Aiso ha fatto un sondaggio sulla qualità percepita dei vari corsi di laurea italiani. Che cosa è emerso?
Che il 70% degli studenti è insoddisfatto della preparazione pratica. Questo, come ho ripetuto più volte, è un discorso molto complesso, che non riguarda solo l’odontoiatria, non voglio addossare colpe a nessuno.
È una situazione, però, di cui dobbiamo prendere atto. Ancora oggi ci sono atenei in cui gli studenti vengono abilitati a esercitare senza aver mai visto un paziente.
Per quanto riguarda, invece, la formazione teorica, non abbiamo niente da invidiare ad altri atenei nel mondo che abbiamo più volte visitato.

Che cosa chiedete, voi studenti, al mondo accademico?
Che sia negata l’abilitazione agli studenti che, pur di evitare i test d’ammissione italiani, si laureano in odontoiatria all’estero, per poi tornare a esercitare sul nostro territorio: questo è un fenomeno pericolosissimo, in crescita e sottovalutato.
Chiediamo anche la possibilità di frequentare, come osservatori, gli studi dentistici privati. Ciò spesso accade comunque, ma sia gli odontoiatri sia gli studenti rischiano pesanti sanzioni.
Vorremmo, poi, che l’attività svolta durante i corsi di specializzazione venga retribuita e che le università dispongano dell’attrezzatura necessaria per le nostre esercitazioni pratiche sui manichini: in alcuni atenei gli studenti devono procurarsi ben più di qualche fresa, stiamo parlando di manipoli e strumentario per cifre che superano i 500 euro.
Infine, chiediamo che siano chiusi o accorpati i corsi di laurea privi di clinica universitaria.

Quindi denuncia una disomogeneità, soprattutto nella formazione pratica, tra i vari atenei?
Assolutamente sì. In Italia, ci sono atenei in cui non solo la formazione pratica è obbligatoria, ma vengono affidati a ogni studente un numero preciso di pazienti e di casi da risolvere. In altri atenei, invece, la clinica universitaria è addirittura assente o inattiva.

A volte, vi è l’impressione che gli studenti, durante il precorso universitario, puntino più a conseguire il titolo di studio, che a “imparare a fare”, demandando l’aspetto della pratica al post-laurea. È così?
Occorre partire dal presupposto che la nostra è una professione prevalentemente pratica. È chiaro che quando questo tipo di formazione è carente, dobbiamo essere noi a porre rimedio e lo facciamo nel post-laurea attraverso corsi universitari o privati. In questo senso, è vero che si tende a concentrarsi maggiormente, durante il periodo universitario, sull’acquisizione di importanti basi teoriche, per poi metterle in pratica nel post-laurea.
Al di là di questo, credo che l’università debba darci una formazione di base. Poi dobbiamo essere noi ad approfondire e a specializzarci in una branca dell’odontoiatria.
Questo è fondamentale sia perché ci permette di entrare con più facilità nel mondo del lavoro sia perché possiamo fornire prestazioni migliori ai nostri pazienti.
Anche per questo, la figura dell’odontoiatra generico sta scomparendo.

Quali sono gli obiettivi della sua presidenza Aiso e quali le prossime iniziative?
Quando sono stato eletto, nel novembre dell’anno scorso, scelsi tre punti fondamentali da portare avanti: formazione, informazione e tutela.
Vorrei ricordare un principio: noi studenti dobbiamo essere i primi a combattere per i problemi della nostra professione, e lo stiamo facendo anche al fianco delle associazioni di categoria, che ci stanno sostenendo.
Annualmente, durante il Congresso del Collegio dei docenti, organizziamo una tavola rotonda in cui affrontiamo le problematiche del presente e del futuro della nostra professione. Inoltre, come nostra iniziativa, nell’immediato, con il totale appoggio delle nostre 21 sedi, e con il supporto di Andi e Aio, stiamo preparando una richiesta per permettere agli studenti di poter frequentare legalmente gli studi privati.

Leggi l'inchiesta del Gdo sul grado di soddisfazione tra gli odontoiatri verso la professione

GDO 2011;11

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