Il titolo del Visto da Fuori cita il libro di Paolo Giordano (Mondadori), ma in realtà parafrasa l'editoriale di Dario Di Vico - pubblicato sul Corriere della Sera - che tanto ha "toccato" il settore, al punto che molti attori del dentale, noti e meno noti, si sono sentiti in dovere di scrivergli. Alcuni per far sapere che esistono anche loro, altri per portare realmente un contributo alla discussione. Di questi Di Vico ne ha pubblicati alcuni sul suo blog (http://generazionepropro.corriere.it/). Altri articoli nati a seguito della presentazione di alcune ricerche sulla salute orale degli italiani uscite in queste settimane hanno fotografato la professione dentale per quello che è: in crisi e alle prese con una trasformazione che potrà incidere, a seconda di come verrà gestito il momento, sul modello di gestione futura.
Di Vico oltre a sottolineare le difficoltà del dentista "accerchiato dalla globalizzazione" di adattarsi ai cambiamenti, vede la professione che, per effetto della concorrenza, degli investimenti fissi e della dipendenza dal mercato, assomiglia a un'impresa.
"Due terzi della famiglie - spiega - non vanno dal dentista nemmeno una volta durante l'anno; bisognerebbe invece inventare una consulenza a tutto tondo, capace di pianificare la prevenzione e di ampliare il campo d'intervento fino all'estetica del sorriso e alla cura dell'alitosi. In sostanza diventare professionisti di un terziario da Paese avanzato. È chiaro però che si tratti di una ricetta che può affascinare e mobilitare una fetta ristretta dei dentisti italiani. Non sarebbe comunque una cattiva partenza."
Nelle settimane successive, la ricerca prodotta dalla Key-Stone ha certificato il calo di richiesta di protesi nei laboratori italiani, l'Osservasalute 2009 ha confermato che i pazienti non frequentano gli studi dentistici italiani e durante il III Work Shop di economia in odontoiatria organizzato a Cernobbio a fine marzo, il rapporto realizzato dal centro studi Andi ha fotografato lo stato attuale della professione odontoiatrica. Su questa uscita del Giornale abbiamo cercato di riassumervi tutti questi numeri. Numeri che in pasto ai media generalisti hanno prodotto titoli del tipo "la crisi spegne il sorriso degli italiani". Fatto utile sia per spiegare ai cittadini che risparmiare sulla salute orale comporta spese future ancora più alte, ma anche per evidenziare alle istituzioni che il dentista non è più quello che non ha problemi. Il fisco è avvisato. Ma noi che siamo stampa di settore (con noi intendo questo Giornale e chi vi scrive) non possiamo non leggere in maniera differente, più realistica, i dati presentati dalle ricerche. Partiamo dalla realtà: cala la protesi e i laboratori odontotecnici, particolarmente i piccoli, rischiano l'estinzione, se non riusciranno a trovare nuovi modelli di gestione imprenditoriale. Ora sfatiamo qualche certezza dei colleghi generalisti. Non sembrerebbe vero che gli italiani vanno meno dal dentista. Se confrontiamo i dati presentati dalla Key-Stone nel 2002 e riportati nel dossier che tutte le associazioni del dentale portarono nel 2005 alle istituzioni, per richiederne un intervento, notiamo che in questi ultimi otto anni non c'è stato un calo dei pazienti negli studi dentistici ma un incremento dell'8%. Nel 2002 erano il 31% i cittadini italiani che si rivolgevano almeno una volta all'anno negli studi dentistici, oggi sono circa il 39%. Una montatura giornalistica?
Non credo; il Rapporto Andi indica chiaramente un calo dei ricavi per i dentisti italiani. Bisogna anche considerare che in questi otto anni sono aumentati i cittadini italiani e che l'incremento non è stato proporzionale all'aumento di pazienti; ma soprattutto quell'8% in più di cittadini che sono andati dal dentista si è spalmato sugli oltre quattromilacinquecento nuovi iscritti all'albo degli odontoiatri (nel 2002 erano 51.545 oggi sono 56.089) o, meglio, sugli oltre 6572 nuovi studi dentistici attivati, secondo i dati dell'Agenzia dell'Entrate (34.238 nel 2002, 40.810 nel 2007).
Ma il dato veramente interessante che emerge analizzando tutti questi numeri è quello che non c'è (in modo esplicito) e quello che fotografa come è strutturato lo studio dentistico. Incrociando i dati, sentendo le varie relazioni tenute durante il Work Shop di Cernobbio, parlando con i dentisti emerge una frattura generazionale nell'esercizio della professione, che si traduce poi in richieste di interventi diversi a chi dovrebbe governare la professione e il suo cambiamento.
Generalizzando, possiamo dire che i dentisti over cinquanta rappresentano la parte di professione tipica dell'odontoiatria italiana, quella con lo studio mono professionale, quella che oggi sembra aver subito meno gli effetti della crisi. Dall'altra parte ci sono gli under cinquanta che, proporzionalmente all'età, faticano a permettersi lo studio monoprofessionale. Di questi ultimi, probabilmente quelli nella fascia di età tra i 35 e i 45 anni lavorano in studi associati, quelli più giovani hanno solamente la partita iva per collaborare con altri studi o le cliniche dentali che stanno sorgendo in Italia, sia in franchising che no.
La richiesta dei primi, gli over cinquanta, è quella del "tirare a campà", di lottare per mantenere in vita l'attuale modello di gestione della professione. Quelle dei più giovani invece sono rivolte all'ampliamento della clientela, attivando tutti quegli strumenti che portino il 60% di cittadini che dal dentista non va nei loro studi.
Due esigenze che sembrano incompatibili, salvo che non si voglia attivare, come sembra essere emerso dal convegno di Cernobbio, un patto generazionale che impegni i "vecchi" dell'odontoiatria a sostenere i più giovani, dandogli un'alternativa al franchising, al service, al "grosso" che avanza.
Un patto generazionale che permetterebbe anche di dare un futuro agli studi mono professionali oggi attivi, destinati alla chiusura con il pensionamento del titolare. Baricco scriveva che non sempre i cambiamenti, i barbari, portano sventure; le portano se ci si difende dietro ai muri. Ovviamente questo è il punto di vista di chi, al contrario vostro, non vive direttamente la professione. I nostri figli vedranno come sarà andata a finire.
n.maccagno@d-press.it
GdO 2010; 5
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