Ci sono tanti buoni motivi per attrezzare uno studio dentistico con i mezzi dell’informatica, ma ce n’è uno che, sicuramente, non si trova su nessun manuale di ergonomia. Non è un’applicazione che può aumentare direttamente il fatturato, in compenso, permette di vedere crescere qualcosa di bello e, a leggere certe ricerche, pare che possa aiutare a prevenire un sacco di accidenti.
Ce la spiega Francesco Mancini, 40 anni, uno studio a Cagliari e trenta ettari di passione ereditati dal padre. “Mi emoziono quando, attraverso Google, osservo i vigneti ripresi dal satellite. La stessa emozione che ho sempre provato nel veder crescere una pianta, maturare i suoi frutti.”
Mancini non guarda i vigneti solo per distrarsi tra un paziente e l’altro, quando l’alcolemia non può superare 0,8, ma sullo schermo rivede un po’ del suo album di famiglia.
Com’è incominciata l’attività di viticoltura?
È una tradizione di famiglia che parte dai bisnonni. Poi mio padre, medico dentista pure lui, decise di ritornare alla terra e di produrre vino associandosi a una cooperativa.
Nel 1989 decise di aprire un’azienda propria con un’operazione coraggiosa che comportò un notevole impegno anche finanziario. E fu un successo: già nei primi tre anni arrivò a vendere un milione di bottiglie, soprattutto Vermentino di Gallura.
Ha deciso di continuare per dovere di sangue o per piacere di vino?
Il vino e la viticoltura in generale sono malattie incurabili, da cui una volta contagiati non si guarisce più. Mio padre mi contagiò circa dieci anni fa e da allora la malattia è peggiorata portandomi non solo a gestire i vigneti ereditati, ma anche a impiantarne di nuovi.
Ricordi del primo bicchiere?
Vengo da una famiglia di origini contadine. Il mio primo bicchiere fu il solito acqua e vino bevuto nei giorni di festa a Monti, il paese di nascita di mio padre, dove ci portava ogni volta che gli era possibile
Aria di campagna e aria di dentista: mai pensato di lasciare il (camice) bianco per il “rosso”?
Se la viticoltura è una malattia, l’odontoiatria è una grande passione che mi è stata insegnata da mio padre e poi ho approfondito con varie frequentazioni cliniche. Io penso che alla base di una buona vita ci sia la capacità di trovare il bello di ogni lavoro per farcelo amare. Perché il lavoro è gran parte della nostra esistenza e vivere male il lavoro vuol dire vivere male la vita.
Non sappiamo se queste riflessioni siano un effetto collaterale del vino o il fenotipo della saggezza contadina tramandata nei cromosomi; di sicuro chi lavora contento va sano e lontano.
Alla salute!
GdO 2007; 18
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