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09 Giugno 2009

Il ruolo delle donne nell'università italiana tra verità e falsità

di Lia Rimondini


Che le donne non abbiano pari opportunità è un dato di fatto. Nel raggruppamento disciplinare Med-28 “Malattie Odontostomatologiche”, che all’inizio del 2008 contava 420 docenti, le donne erano rappresentate per il 18%.
Il “soffitto di cristallo”, cioè il fenomeno per cui le donne pur essendo brillanti e preparate professionalmente non riescono a sfondare e a raggiungere i vertici, è un’altra grande verità. La maggior parte delle donne che lavora in università è inquadrata in ruoli non apicali. I professori di prima fascia Med-28 donne sono meno del 10% sul totale delle docenti. Al contrario gli uomini sono il 36%. Il concetto del ruolo “ancillare” della donna è un limite sociologico e culturale tutto italiano, devastante e pervasivo. Il limite culturale è così radicato che tutte noi abbiamo avuto l’esperienza, appena occupata una posizione apicale, di qualche collega maschio che si è sentito in dovere, pur non richiesto, di proporsi come tutore. Questo succede in molte realtà e non mi riferisco solo a quella universitaria. Il dramma che scherzosamente e irrispettosamente rappresento è sempre il solito.
Il collega-tutor, di solito non “un campione del mondo”, offre con generosità la sua guida “paterna” senza la quale evidentemente, a par suo, la collega donna non è in grado di affrontare il mondo. Il copione prevede, spesso, ingenui pavoneggiamenti o gradassate che servono a sostenere il ruolo. La collega donna, che ha poco tempo e che non ha bisogno del tutore improvvisato, rifiuta cortesemente. Lui insiste con molestia. Il rapporto finisce con il fare scintille e di lei si dirà “che ha un brutto carattere”. È invece un’enorme falsità l’opinione diffusa che le donne sono tra loro aspramente competitive.
Le donne sono invece molto generose, solidali e complici. La particolarità del genere connota, infatti, un nucleo sociale omogeneo che tende ad aggregarsi secondo quest’aspetto. A questo si aggiunga che la vita lavorativa delle donne, sulle quali anche nelle situazioni di coppia più evolute grava anche la gran parte dell’organizzazione e del lavoro familiare, promuove per mera necessità di sopravvivenza un livello comunicativo immediato e pragmatico.
Le donne s’intendono “al volo” e per questo lavorano volentieri assieme. Io stessa, ripensando alle mie esperienze scientifiche, verifico che la maggior parte dei progetti di ricerca in cui sono coinvolta sono ad alta rappresentanza femminile e che questo è avvenuto in modo assolutamente spontaneo.
Naturalmente, le donne, me compresa, hanno rapporti professionali squisiti, caratterizzati da profonda stima, ammirazione, gratitudine e, talvolta, sincera amicizia anche con i colleghi uomini. Ma il problema, in generale, della donna che lavora resta. Queste mie affermazioni non sono solo aneddotiche. Invito ad ampliare questo mio semplicistico commento con qualche lettura. Segnalo in particolare due saggi del più famoso sociologo inglese, Anthony Giddens, entrambi pubblicati da Polity Press nel 2006: “Global Europe, Social Europe” e “Europe in the Global Age”. Anche il recente libro di Emma Bonino “Pensionata sarà lei - Le donne la parità e la crisi economica” propone alcune tesi interessanti. Infine, il sito dell’Unione europea mette a disposizione numerosi rapporti sulla condizione femminile nei diversi Paesi dell’Unione.
Dottoressa Lia Rimondini
docente di malattie odontostomatologiche Università del Piemonte orientale “Amedeo Avogrado”

GdO 2009; 8

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