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14 Dicembre 2009

Il bilancio Enpam è solido

di Norberto Maccagno


“Le pensioni dei liberi professionisti sono a rischio; tra trent’anni le casse dei principali enti previdenziali sarebbero in rosso.” A denunciarlo alcuni dei principali quotidiani italiani: il Corriere della Sera, Il Sole 24 Ore, Italia Oggi per citarne solo alcuni.
Secondo la stampa i principali enti previdenziali dei professionisti, stando ai loro bilanci, non avrebbero abbastanza “fieno in cascina” per garantire le pensioni oltre i prossimi trent’anni.
La visione pessimistica dei giornali si basa sui dati pubblicati dal Nucleo di sorveglianza sulla spesa previdenziale del ministero del Welfare, che ha esaminato le relazioni sui risultati di gestione degli enti previdenziali per il periodo 2004-2006 (si veda nella pagina accanto). Ma la situazione è veramente preoccupante?
Ne abbiamo parlato con Giampiero Malagnino, dentista, vicepresidente Enpam.
Dottor Malagnino, qual è la reale situazione delle casse Enpam?
I bilanci dell’Enpam sono in attivo e in salute. Essere in attivo significa che riusciamo a coprire le spese di gestione oltre ad accantonare fondi nel patrimonio dell’ente. Fino a qualche anno fa “l’attivo” era solo previdenziale; ovvero le contribuzioni che incassate erano utilizzate anche per pagare le spese di gestione. Dal 2002 la situazione è migliorata per cui il patrimonio non solo paga le spese ma contribuisce ad aumentare il patrimonio, e questo grazie a una migliore gestione. Al momento della privatizzazione il patrimonio dell’Enpam stava diminuendo, oggi si è triplicato.
Ma che cosa si intende con bilancio attivo?
Intendiamo come attivo previdenziale quello che rimane dalla differenza tra le contribuzioni degli iscritti e i versamenti fatti per pagare le pensioni. Intendiamo, invece, come attivo patrimoniale quanto ha reso il patrimonio dell’ente una volta pagate le spese di gestione.
Il nostro attivo complessivo previsto per il 2010 è di due miliardi di euro. Il bilancio di previsione è stato approvato il 28 novembre dal Consiglio nazionale.
Quindi tutto bene?
Quando diciamo che abbiamo un attivo così alto la prima cosa che ci chiedono i nostri pensionati è di aumentare le pensioni. Ma questo non è possibile perché bisogna continuare a garantire le pensioni future.
I parametri con cui oggi calcoliamo l’importo delle pensioni risalgono al 1992-1993 e sono stati indicati secondo un’aspettativa di vita pari a 73 anni. Oggi l’aspettativa di vita è salita a 82 anni e quindi quei parametri sono favorevoli agli iscritti e non all’Enpam.
Oggi, un libero professionista che durante la sua vita professionale ha versato 100, andrà in pensione ottenendo 250: più del doppio di quanto versato.
Un rendimento troppo alto. Allora gli articoli che indicavano un’emergenza pensionistica non avevano sbagliato?
Quando nel 1994 l’ente è stato privatizzato, il legislatore ha imposto un bilancio attuariale che garantisse stabilità per almeno 15 anni: parametro che abbiamo sempre rispettato. Nel 2007 la finanziaria ha stabilito che da una stabilità di 15 anni si doveva passare a una di 30, al fine di dare maggiori garanzie sopratutto ai giovani. Ricordo che la finanziaria del 2007 prevedeva l’emanazione di un decreto attuativo che fissasse le regole. Decreto approvato a metà 2009.
Ora, stabilite le regole, stiamo studiando come applicarle nella maniera più condivisibile dalle varie categorie. Gli articoli dei giornali hanno preso i dati dei bilanci realizzati con vecchie regole adattandoli alle nuove. Quindi non fotografano la realtà.
Detto questo dovremo sicuramente ragionare su interventi da fare. Non è possibile che oggi un nostro iscritto versi 40 ed ottenga 100.
Ma questo è un problema solo di Enpam o è comune ad altri enti previdenziali?
Direi che il nostro ente pensionistico è quello più generoso verso gli iscritti. Ovviamente ogni ente ha sue regole per il calcolo della pensione e le scelte sono autonome. Da noi, secondo la categoria professionale, la contribuzione è diversa come differente è il rendimento pensionistico. I liberi professionisti pagano il 12,5% su un tetto di reddito di circa 50mila euro indicizzati, oltre quella cifra versano l’1%, gli ambulatoriali pagano il 22% su tutto quello che incassano, i medici di medicina generale pagano il 16,5% su tutto quello che incassano, i convenzionati esterni pagano il 20% su quello che incassano.
Per quanto riguarda i rendimenti, chi è iscritto solo alla quota “A” versa 57 nel corso della vita per prendere, poi, 114, la quota “B” versa 232 e prende 579, l’iscritto al fondo medici di medicina generale versa 722 e prende 1285, quello al fondo dei medici ambulatoriali versa 491 e prende 1300, gli specialisti esterni versano 1349 e prendono 2366. Quindi, mediamente, siamo sul 45% di rendita. Attualmente, non c’è nessuno in grado di dare una rendita del genere.
Calando i contribuenti e aumentando i pensionati ci dovremo porre il problema della sostenibilità del sistema.
Quindi tra 30 anni l’Enpam avrà i soldi per pagare le pensioni oppure no?
Assolutamente sì, anche se il bilancio sembra dire cose diverse. Come dicevo, il nostro bilancio si basa su vecchie regole, quelle nuove sono state dettate da poco e le stiamo valutando.
Chiederete più soldi agli iscritti attivi o ridurrete i rendimenti?
Attualmente stiamo valutando la possibilità di ridurre il rendimento del fondo, che ricordo, a oggi, è sempre quello più alto. Abbiamo anche incaricato i nostri consulenti di realizzare uno studio in merito per stabilire quale possa essere il rendimento del fondo aumentando le contribuzioni in modo volontario.
Il problema principale di tutti gli enti previdenziali è quello della sostenibilità ovvero la capacità dell’ente di pagare le pensioni. Il secondo aspetto è l’adeguatezza: garantire che la pensione sia rispondente al tenore di vita dell’iscritto, quando lavorava.
Sentendo i suoi colleghi, qual è l’atteggiamento verso la contribuzione previdenziale?
Purtroppo l’atteggiamento più comune è quello di non voler pagare la quota Enpam, percepita come una tassa. Nessuno pensa al futuro pensionistico, almeno fino a quando non si hanno 50 anni. Dopo ci si comincia a preoccupare, ma è tardi.
Prima si inizia meglio è. Per questo stiamo investendo in comunicazione verso i giovani con l’obiettivo di andare a confrontarci con tutti gli ordini provinciali di previdenza. Proprio chi si è appena laureato deve preoccuparsi della pensione.

 
 

GdO 2009;18

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