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28 Febbraio 2009

L'anamnesi dell'igienista

di C. Guastamacchia


Che l’igienista non debba fare diagnosi è risaputo e, sostanzialmente, giusto. Ciononostante io, personalmente, e assumendomene tutte le responsabilità, interpreto questa ‘‘esclusione’’ con un approccio metaforico. Dico, cioè, che l’igienista deve fare il poliziotto (sempre, per obbligo professionale,‘‘sospettoso’’) e l’odontoiatra deve fare il giudice, che, instradato dal ‘‘sospetto’’ dell’igienista, emette il suo giudizio diagnostico tendenzialmente inappellabile; e sulla diagnosi abbiamo finito.
E per quanto riguarda l’anamnesi? Dal momento che il paziente deve arrivare all’igienista con la ‘‘prescrizione’’ o ‘‘ricetta’’ che l’odontoiatra avrà compilato, sembrerebbe doversi desumere che l’igienista non debba far anamnesi, dal momento che questa si configura come la prima tappa del rapporto instaurato tra odontoiatra e paziente con la prima visita.
In realtà, secondo me, la pratica operativa è molto diversa e le cose non si svolgono in modo così semplice. Infatti, se analizziamo il succedersi di una procedura anamnestica, questa sipuò configurare in due fasi, quasi universalmente poste in atto, anche se con modalità quantitative e qualitative personali. La prima fase è quella ‘‘modulistica’’ o strumentale, fatta, cioè, mediante moduli più o meno complessi e, oggi, anche effettuabile con lo ‘‘strumento’’ computer, come, per esempio, accade nel mio studio.



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