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18 Marzo 2025

L’implantologia è una risorsa non una alternativa alla cura

A colloquio con il presidente SIdP Francesco Cairo: “i dentisti italiani sono ottimi professionisti e sanno usare gli impianti, ma abbiamo voluto portare l’attenzione sui casi di inestetismi implantari”

Norberto Maccagno

Cairo

Oltre alla parte scientifica, il 22° Congresso SIdP è stato anche l’occasione per analizzare le abitudini degli italiani in tema di salute orale. Grazie ai dati raccolti da Key-Stone e presentati alla stampa da SIdP, scopriamo che gli italiani curano il proprio sorriso considerandolo come status symbol al pari dei vestiti di lusso, borse griffate e orologi costosi ricercando un sorriso smagliante come quello delle star. Faccette, allineatori, impianti, corone ma anche sedute di igiene orale e sbiancamenti tra gli interventi richiesti, trovare il nostro approfondimento sul tema a questo link.

Attenzione degli italiani all’estetica diventano, fortunatamente, anche l’occasione per fare prevenzione e mantenere in salute la bocca, ha sottolineato ad Odontoiatria33 il prof. Francesco Cairo (nella foto), presidente SIdP.

E proprio con il presidente Cairo abbiamo fatto una chiacchierata al termine del Congresso, per approfondire qualche dato.

Presidente, dai dati presentati emerge che nel 2024 sono stati inseriti 2,2milioni di impianti, 10mila negli ultimi 5 anni. Non pensa che questi dati certifichino una sconfitta della prevenzione?

Bella domanda a cui non credo di poter dare una risposta razionale. Ci sono diversi livelli interpretativi da considerare. Il primo è che la prevenzione in Italia, purtroppo, è ancora un lusso o una difficoltà per molte fasce sociali di popolazione. Gli stadi iniziali della malattia parodontale spesso non vengono diagnosticati e questo è un problema enorme, ne avevamo parlato in occasione della presentazione del decalogo sulla parodontite in Senato. Se consideriamo che il 50% degli italiani soffre di malattia parodontale e il 10-15% perde gli elementi dentali, significa che c'è una grande fetta di popolazione con parodontite non diagnosticata che arriva dal dentista quando la situazione è già grave, richiedendo quindi molti impianti. Un altro aspetto è il livello eccellente che ha raggiunto oggi l'implantologia. Dieci o vent'anni fa’ gli impianti dentali si integravano meno, mentre oggi le superfici moderne garantiscono risultati molto più prevedibili, semplificando alcuni trattamenti. Come professore di Parodontologia auspico che nei prossimi anni la prevenzione e la diagnosi precoce si rafforzino, portando a un numero più contenuto di impianti e a un maggiore focus sul trattamento delle parodontiti.


Tra le cause dei molti impianti inseriti, non ritiene che possa influire il pensiero del paziente che invece di farsi curare il dente, che tanto prima o poi perde, scelga di  farlo estrarre e sostituire con impianto e corona? 

Questo è un grande equivoco. Gli studi a lungo termine sul trattamento delle gravi parodontiti ci dicono che i denti trattati adeguatamente possono durare anche trent'anni, con una perdita media di circa un dente ogni trent'anni per paziente quando sono inseriti in mantenimento professionale. Il trattamento parodontale, però, implica una grande organizzazione dello studio e controlli frequenti, mentre l'uso degli impianti può sembrare una scorciatoia. Tuttavia, nei pazienti con parodontite non curata adeguatamente, gli impianti possono sviluppare complicanze come la peri-implantite, che non ha cure definitive. Gli impianti dovrebbero essere usati come risorsa in piani di cura parodontali complessi, non come alternativa al trattamento. 


Di questi due milioni di impianti inseriti, quanti sono rifacimenti?

Non ho un dato preciso, ma è evidente una significativa quota di ritrattamenti. I dati ci dicono che circa il 35% degli impianti e delle protesi implantari a cinque anni presenta almeno una complicanza, molte delle quali richiedono ritrattamenti. Inoltre, circa il 15-20% degli impianti sviluppa peri-implantite dopo tre anni, e di questi, il 20% deve essere rimosso dopo un anno. Questa patologia emergente comporta terapie più complesse, con interventi di rigenerazione ossea e di tessuti molli, nel caso di ritrattamento implantare.


Sul numero di impianti inseriti incide anche l’odontoiatria commerciale?

Indubbiamente c'è una spinta commerciale, ma noi clinici e ricercatori puntiamo verso la qualità delle cure e sulla deontologia professionale. Oggi abbiamo strumenti straordinari che quindici anni fa erano impensabili. Il punto è privilegiare una dimensione etica delle cure, salvando i denti quando possibile, condividendo le scelte con il paziente e optando per l'impianto solo quando c'è una chiara indicazione.


Durante il Congresso avete indicato che il 40% degli impianti sono mal posizionati, cosa che ha favorito alcuni titoli un po’ drastici da parte di quotidiani generalisti. Può chiarire meglio?

Il discorso che abbiamo fatto era ai fini estetici non di sopravvivenza dell’impianto. Abbiamo sottolineato come gli inestetismi derivano spesso da impianti mal posizionati, specialmente nella zona anteriore, e che l’inclinazione condiziona fortemente il successo estetico. Non lo dice SIdP, lo dice la letteratura scientifica. Gli impianti devono essere inseriti tridimensionalmente in maniera corretta, ricostruendo l'osso vestibolare e i tessuti molli quando necessario. Se l'impianto non è posizionato con l’angolazione dovuta, il rischio non è tanto di perderlo, quanto di avere una recessione gengivale e un risultato estetico insoddisfacente. Oggi il livello dei dentisti italiani è altissimo, tra i più alti in Europa e nel mondo, come il livello della merceologia a nostra disposizione. Oggi possiamo sostituire un centrale con un impianto ed ottenere un risultato estetico paragonabile al dente naturale, 15 anni fa’ questo era impensabile. 


Quello dell’implantologia estetica è stato il tema del Congresso. Qualche consiglio per i suoi colleghi?

Il posizionamento di un impianto in zona estetica è un trattamento avanzato, che richiede una curva di apprendimento solida. È fondamentale studiare il caso con radiografie 3D, valutare i livelli di attacco dei denti adiacenti e, se necessario, utilizzare anche alla chirurgia guidata per aumentare la prevedibilità del trattamento.


C'è un momento in cui si deve dire al paziente che non è possibile procedere con un impianto?

Assolutamente sì. La capacità di discernere e razionalizzare le richieste del paziente è ancora più importante delle competenze chirurgiche. In presenza di limiti anatomici o di aspettative irrealistiche, è meglio non procedere per evitare di scontentare il paziente.


Una considerazione sull’odontoiatria digitale in parodontologia e implantologia?

La considero uno strumento in più, ma secondario rispetto alla diagnosi e all'atteggiamento etico e non certo sostitutiva alle competenze del professionista. Se la pianificazione digitale è utile in un caso clinico, ben venga, ma non deve mai sostituire il ragionamento clinico.


Non trova che queste nuove tecnologie siano spesso percepite dai suoi colleghi come un sostituto delle proprie competenze?

Vero. La chirurgia guidata ha migliorato la prevedibilità dei trattamenti, ma non rende automaticamente un dentista più bravo. Il digitale è una risorsa che affianca il professionista, non un surrogato delle sue competenze.


Un rischio è che il dentista si limiti a scannerizzare, inviare la scansione a un service, ricevere una dima per inserire l'impianto anche senza essere un vero implantologo?

Sì, questo rischio esiste. Gli strumenti digitali devono essere dominati dal professionista e utilizzati all'interno di un contesto terapeutico razionale. Non possono diventare l'essenza della professione, ma solo un supporto alle scelte cliniche.


Un’ultima considerazione da condividere con i nostri lettori? 

La qualità delle cure che facciamo oggi è altissima, la nostra è una disciplina al pari di un'alta scienza chirurgica e medica dove non dobbiamo solo risolvere il fattore cura, riabilitazione ma molti altri aspetti come quelli estetici ma anche la velocità del trattamento. Per questo dobbiamo rispettare le linee guida, i protocolli, fare un accurato piano di cura. L’attività di SIdP per promuovere la formazione e l’aggiornamento di qualità è finalizzata anche a questo oltre a promuovere una dimensione etica delle cure che vuole dire salvare i denti, condividere le scelte con i pazienti, spiegare pro e contro di tutte le singole possibilità terapeutiche ed arrivare a scelte appropriate. Oggi noi professionisti abbiamo un enorme possibilità per salvare i denti naturali, ma c'è anche enorme spazio per usare gli impianti laddove c'è una indicazione chiara. Questi sono una opportunità per noi e per i nostri pazienti, non il fine. 


Photo Credit: Pagina Facebook SIdP


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