Determinanti anche nella identificazione delle vittime nella tragedia di Crans-Montana. Ma quale è il loro ruolo e come si svolge l’identificazione? Lo abbiamo chiesto al prof. Nuzzolese
La tragedia di Crans-Montana in cui hanno perso la vita 40 persone (tra cui 6 giovanissimi italiani) e 116 feriti ha segnato le cronache di queste settimane. Gli articoli di approfondimento, in Francia, che hanno raccontato il lavoro svolto da medici ed investigatori per riconoscere le vittime hanno evidenziato anche il lavoro svolto dagli odontoiatri forensi.
Per conoscere il loro lavoro abbiamo sentito il prof. Emilio Nuzzolese (nella foto), medico-odontoiatra forense, professore dell’Università di Torino.
Prof. Nuzzolese, nel caso di tragedie come quella di Crans-Montana, quale è il percorso che porta all’identificazione delle vittime, soprattutto quando i corpi sono carbonizzati o gravemente compromessi?
Nei disastri di questo tipo è essenziale comprendere che non esiste una procedura standard valida per ogni situazione. Se ci troviamo di fronte a un incidente “chiuso”, come un volo con lista passeggeri definita, il DNA può essere un metodo relativamente semplice da gestire, perché si conoscono i nomi dei passeggeri e quindi da quali famiglie raccogliere il campione per il confronto. Tuttavia, quando le condizioni del corpo sono estreme – carbonizzazione, scheletrizzazione, frammentazione – la qualità del materiale genetico può essere compromessa e l’identificazione solo tramite DNA diventa più difficile, se non impossibile. È proprio in questi scenari, dove la biometria convenzionale fallisce, che l’odontologia forense diventa cruciale. In assenza di un’analisi odontologica strutturata, molti casi resterebbero sospesi per anni, o non arriverebbero mai a un’identificazione certa. I denti resistono al calore, agli agenti chimici, al tempo e alla decomposizione più di qualsiasi altro tessuto, e questo li rende una fonte di informazione estremamente preziosa per arrivare a un’identificazione certa o comunque altamente probabile.
Perché i denti e la dentatura hanno un valore identificativo così elevato?
Le informazioni dentali e odontoiatriche offrono una combinazione unica di resistenza fisica e ricchezza informativa. A differenza del DNA e delle impronte digitali, che danno risposte binarie – è la persona o non lo è – la dentatura racconta molto di più. Permette di ricostruire un vero e proprio profilo biologico e sociale dell’individuo: l’età biologica stimata attraverso l’analisi radiologica, il sesso, alcune caratteristiche antropologiche legate all’origine geografica, la presenza di abitudini voluttuarie, il livello di cura dentale, eventuali trattamenti complessi, fratture o interventi chirurgici pregressi. In situazioni in cui non si sa nemmeno da dove partire – come accade spesso nei recuperi di corpi in mare o in incendi molto estesi – questo profilo preliminare consente agli investigatori di restringere drasticamente il numero dei possibili match e di avviare una ricerca più mirata tra le persone scomparse.
Come si svolge concretamente un’autopsia odontoiatrica? Quali passaggi comprende?
L’autopsia odontoiatrica segue un protocollo rigoroso. Una volta che abbiamo accesso alla salma, procediamo con un’ispezione minuziosa della bocca, molto più dettagliata rispetto a una normale visita odontoiatrica. Ogni caratteristica rilevante viene registrata: denti presenti e mancanti, rotazioni, diastemi, usure, pigmentazioni, forma delle cuspidi, palato, presenza di protesi, caratteristiche antropologiche delle arcate. L’obiettivo è documentare tutto ciò che possa avere valore individualizzante. In parallelo vengono realizzate fotografie standardizzate, simili a quelle usate in ortodonzia e soprattutto si esegue una scansione intraorale. Questa tecnologia ci consente di ottenere un’impronta ottica estremamente precisa, senza manipolare tessuti fragili e senza rischio di contaminazione e permette anche di condividere la scansione in tempo reale con colleghi in altre città o altri Paesi. Un altro elemento essenziale è la radiologia.
Attraverso apparecchi portatili, autorizzati all’uso da parte degli odontoiatri, eseguiamo radiografie su mascella e mandibola anche quando i denti non ci sono più. Le radiografie possono rivelare impianti, viti, placche di osteosintesi o fratture pregresse, informazioni che a volte risultano decisive per l’identificazione. Una volta raccolti tutti i dati post mortem, inizia la fase successiva: il recupero dei dati ante mortem. La polizia scientifica contatta i familiari per ottenere informazioni mediche, odontoiatriche, fotografie del sorriso e, soprattutto, i nomi dei dentisti curanti. A loro volta questi vengono invitati a fornire radiografie, cartelle cliniche e, sempre più spesso, anche file digitali come le scansioni 3D. Infine si passa alla comparazione. I dati ante mortem vengono convertiti in un linguaggio standard, ad esempio utilizzando i codici Interpol e confrontati con quanto raccolto sul cadavere. La tecnica non si basa solo sulla corrispondenza, ma anche sull’assenza di discrepanze: un dente mancante non può ricomparire e una corona non può sparire senza lasciare tracce.
Quando compatibilità e assenza di conflitti coincidono, l’identificazione è solida e può essere ulteriormente confermata dal DNA. Questo lavoro non ha solo una valenza tecnica o giudiziaria: l’identificazione è un diritto delle famiglie, che hanno il bisogno e il dovere di sapere che fine abbia fatto un proprio caro e di poter chiudere, almeno formalmente, un percorso di incertezza.
In quali momenti l’odontoiatra forense entra in gioco e che ruolo svolge nel team di identificazione?
L’odontoiatra può essere coinvolto direttamente dal magistrato o su richiesta del medico legale che, osservando la salma, ritiene necessario un contributo specialistico. Nei disastri con molte vittime si lavora sempre all’interno di un team multidisciplinare che include medico legale, antropologo, biologo, fotografo e dattiloscopista della polizia scientifica. L’odontoiatra forense collabora con tutte queste figure e integra le sue analisi con quelle medico-legali e antropologiche, contribuendo a completare il quadro identificativo. Nei contesti internazionali in cui ho lavorato è proprio l’odontologia forense a rappresentare la “lingua” condivisa da tutti i colleghi, indipendentemente dalla nazionalità.
Quanto hanno cambiato il vostro lavoro le tecnologie digitali come gli scanner intraorali e le radiografie portatili?
Le hanno cambiate radicalmente. Lo scanner intraorale ha rivoluzionato il modo di registrare le arcate, perché permette un’acquisizione precisa e immediata senza dover utilizzare materiali da impronta che potrebbero contaminare i reperti o alterare le superfici dentarie. Non solo: le scansioni si possono archiviare, rivedere e condividere con facilità, diventando una sorta di archivio permanente del paziente. In prospettiva, quando ogni studio dentistico utilizzerà sistematicamente lo scanner, ogni individuo avrà una “impronta dentale digitale” che potrà essere usata rapidamente in caso di scomparsa o incidente. La radiologia portatile è l’altra grande rivoluzione. Consente di lavorare ovunque, anche in contesti privi di strutture ospedaliere: cimiteri, campi allestiti temporaneamente, missioni militari. Le radiografie, unite alle scansioni 3D, ci permettono di ricostruire fedelmente la situazione dentale e maxillo-facciale del soggetto.
L’intelligenza artificiale oggi riesce ad aiutare nell’identificazione?
Sì, e sempre di più. Oggi utilizziamo l’IA per stimare l’età analizzando radiografie panoramiche tramite algoritmi di machine learning addestrati su migliaia di casi. È un supporto prezioso perché può restituire una stima accurata che noi poi validiamo clinicamente. L’IA è utilissima anche nelle tecniche di sovrapposizione cranio-volto. Una volta questa procedura si faceva in modo quasi artigianale, oggi invece possiamo utilizzare scansioni 3D del cranio e fotografie della persona scomparsa per ottenere una sovrapponibilità più precisa, gestendo automaticamente proporzioni e dimensioni. Non restituisce una certezza matematica, ma offre un’indicazione affidabile quando non ci sono altre piste. Infine, l’IA applicata all’analisi delle immagini permette di estrarre informazioni dentali anche dalle fotografie del sorriso sui social. In contesti come quello dei migranti, dove quasi mai esistono cartelle odontoiatriche, queste informazioni possono essere fondamentali.
Guardando al futuro, quanto può contare il contributo dell’odontoiatra curante nella catena identificativa?
Sempre di più. I dentisti italiani devono rendersi conto che il materiale che producono ogni giorno – radiografie, fotografie, scansioni – potrebbe un giorno essere ciò che permette di ridare un nome a una persona scomparsa. La qualità della documentazione clinica è essenziale nella odontologia forense come per una più corretta tutela medico-legale del proprio operato. Con gli scanner intraorali, che diventeranno sempre più diffusi, ogni paziente avrà una “firma dentale digitale” unica, un dato biometricamente potentissimo. Ed è un contributo che può fare la differenza, perché ridare un nome a una persona non significa solo completare un atto tecnico o giudiziario, ma restituire identità, storia e dignità a chi altrimenti rischierebbe di restare un numero.
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