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26 Novembre 2019

Lottate (anche) per migliorare contrattualmente la condizione lavorativa degli odontoiatri

La professione vista da un odontoiatra costretto, a suo malgrado, ad abbandonare la professione e il suo appello a Sindacati, Associazioni ed agli ex colleghi


Gentile Direttore, 

prima di porgerle il mio commento credo sia doveroso presentarmi. Mi chiamo Nicholas D. Charles e sono un Odontoiatra di 42 anni, mi sono laureato a 24 anni e subito ho cominciato a lavorare come odontoiatra, nel mio percorso formativo posso vantare un Master in Parodontologia presso l'Università di Torino, un Corso di perfezionamento in Health Management presso lo SDA Bocconi ed un Post Graduate in Management & Marketing in Odontoiatria presso l'Università San Raffaele. 

Da ormai 6 anni, per scelta non mia, ma per esigenza di mercato (troppe collaborazioni in cui tardavano a pagarmi il dovuto), ho dovuto abbandonare la parte clinica e sono diventato Professional Service Manager per un'azienda multinazionale del dentale. Proprio grazie a questo lavoro, giro il mondo (non per modo di dire... faccio circa 70 voli l'anno) e ho avuto l'opportunità di vedere e studiare l'evoluzione "della specie" anche in contesti diversi da quello Italiano.  

Purtroppo, mi rendo conto che il mondo e le professioni si evolvono, non solo dal lato clinico, ma in quest'ultimo periodo soprattutto nella somministrazione del servizio. Le scrivo perché, leggendo gli emendamenti proposti per la nuova finanziaria, le leggi fino ad ora approvate e le battaglie condotte negli ultimi anni, sento la necessità di sfogare il mio pensiero sulla direzione che l'odontoiatria italiana sta prendendo e spero che da questa possa nascere una discussione utile al settore. Il punto è che le associazioni di categoria sono presidiate da dentisti abituati allo studio monoprofessionale e le loro politiche e "spinte" sono basate sul mantenimento dello "status quo" a scapito dei dentisti più giovani ed a volte anche dei pazienti. Insomma, rendiamoci conto che i dentisti che si sono laureati negli ultimi 10 anni sarebbero dei pazzi se oggi si aprissero lo studio privato e chi non ha un genitore odontoiatra deve per forza maggiore trovare una collaborazione per vivere. Io il primo anno di lavoro presso un collega ho guadagnato 100 € (a Natale) e facevo da igienista e da assistente (solo i pavimenti non ho lavato), il tutto per 10-12 ore di lavoro al giorno. Nello studio successivo fui più fortunato, facevo il dentista e guadagnavo 500 € lorde al mese, lavoravo circa 8-10 ore, mi sembrava il paradiso, ma a fine mese dovevo ancora chiedere i soldi ai miei genitori. Oggi un giovane dentista che vuole lavorare e vivere dei suoi guadagni a chi deve rivolgersi? Quali sono le sue opportunità? Per il motivo esposto sopra, spesso i giovani che non hanno una famiglia in grado di sostenerli, vanno a lavorare nelle cliniche o per meglio dire: “insegne” del dentale.

Vogliamo criticarli per questo?

Certo, demonizziamo le cliniche perché ci lavorano dentisti giovani a cui noi gli sbattiamo la porta in faccia! Che ipocrisia...  

Non ho mai visto una proposta delle Associazioni di categoria per tutelare contrattualmente questi professionisti che con gli anni diventeranno la maggioranza della categoria. Non ho visto neanche una bozza di contratto fatta stilare da un legale delle nostre associazioni di categoria e consigliata ai colleghi. Vergogniamoci. Ma l’ipocrisia vera è voler combattere a tutti i costi le “insegne” considerandole in toto sbagliate. Io non sono a favore e neanche contro, so che si sono inserite in uno spazio vuoto del mercato.

Hanno successo? Perché? Cosa fanno meglio di noi? Qual è il vero problema da risolvere per i pazienti e per i colleghi che lavorano all’interno di queste cliniche? ...Perché nessuno risponde a queste domande?  Posso darle qualche esempio di situazioni che trovo angustianti?  

La categoria ha combattuto ed ottenuto una vittoria di Pirro sul termine “visita gratuita” usata a scopi di marketing, termine con cui nel periodo antecedente alla Legge Bersani siamo addirittura cresciuti se pensiamo al “Mese della Prevenzione” promosso da una delle nostre associazioni di categoria!!  Abbiamo imposto il direttore sanitario iscritto nella stessa provincia della clinica, creando un mostro normativo, unicamente per dare agli Ordini un più efficace potere “punitivo”, ma non sulla clinica,  sui nostri stessi colleghi!! Paradossalmente, ora, se io dentista posseggo 2 o 3 ambulatori in province limitrofe (pensate ad esempio a Prato, Pistoia e Firenze che sono a pochi chilometri l’una dall’altra) per via di questa legge devo pagare un collega terzo per fare il direttore sanitario in quelle fuori dalla mia provincia, ma se io ho 3 studi in province diverse e nello studio ho dei collaboratori, va tutto bene! Eppure, pensando alla tempistica, gli ambulatori (che per legge necessitano del DS) esistono da prima di Vitaldent e compagnia bella e sono stato il veicolo per tanto abusivismo, ma mai ci eravamo posti il problema?  Se per caso manca nella pubblicità il nome del DS, apriti cielo, il rischio concreto non è giustamente una multa salata, ma che lo studio venga chiuso per SEI MESI creando un danno ai pazienti che l’ordine dovrebbe tutelare ed ai collaboratori che non potendo lavorare, non guadagnano.  

Ormai è assodato che nelle cliniche delle “insegne” non vi è abusivismo, ma noi per criticarle, condanniamo senza pudore i trattamenti che vengono eseguiti lì, parlando di materiali scarsi, quando in realtà usano impianti e materiali di consumo delle migliori marche (che comprano a prezzi decisamente migliori di noi) ed alla fine non capiamo che in bocca le mani le mette il dentista e se un dentista si piega a delle manovre abiette è giusto attaccare il collega non chi gli dà gli strumenti, è come se per un omicidio processo chi ha venduto l’arma del delitto e non chi l’ha usata... Ma nel nostro storytelling fa più comodo così.  

Insomma, la categoria non ha capito che una valanga è in corso ed alla valanga non ti ci metti di fronte per fermarla, ma cerchi di incanalarla verso “zone di sicurezza”.

Perché farmacisti e veterinari non si pongono il problema degli investitori, ma cercano di avere controllo sulla governance aziendale, mentre noi siamo a combattere battaglie perdenti da almeno 10 anni? Uniamoci a loro in questa battaglia!

Purtroppo, dai discorsi coi colleghi mi rendo conto che non siamo pronti ad unirci a loro, perché siamo convinti di fare un lavoro che è una missione sociale e termini come “governance aziendale” non fanno parte del nostro mondo. Ma, visto che noi lavoriamo per avere un utile che ci faccia vivere bene, dobbiamo smetterla di pensare che non siamo aziende e/o imprenditori o che peggio ancora il nostro è una missione. Se il nostro è una missione sociale, fatevi pagare solo i costi e non dovreste avere utili a fine mese. 

A chi ha il potere chiedo: “Vi prego lottate anche per migliorare contrattualmente la condizione lavorativa dei colleghi che fanno i collaboratori (certo ci andreste di mezzo anche voi coi collaboratori dei vostri studi, ma ne guadagnerebbe la categoria), combattete per la governance nelle società di capitale, girate il mondo per vedere cosa succede all’estero (nei sistemi sanitari paragonabili al nostro) e non vi focalizzate su battaglie che anche se vinte sono solo fumo.

Il dado è tratto, non potete ignorarlo.” Sperando che questa lettera smuova gli animi, resto a disposizione per qualsiasi confronto e porgo distinti saluti. 

Dr. Nicholas David Charles 

 
 

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