La dr.ssa Zangari riflette sulle possibili conseguenze di un inesauribile desiderio di giovinezza e di una ricerca esasperata di perfezione sulla funzione comunicativa della mimica facciale
Gentile Direttore, ad un recente corso teorico-pratico di medicina estetica, la modella così rispose a domanda del docente su quali fossero le sue aspettative: “La fronte? Non si deve muovere!”. La richiesta lasciò incredula ed attonita la platea dei corsisti.
E tutti intimamente ci chiedemmo: “Perché?”.
Nel tentativo di trovare risposta, ripensai agli anni, ai decenni, ai secoli dedicati da studiosi e ricercatori all’analisi ed alla comprensione dei meccanismi alla base dei processi comunicativi. Le espressioni facciali trasmettono emozioni che costituiscono il fondamento delle relazioni interpersonali, e molte di queste emozioni promuovono e regolano i nostri legami sociali. L’uomo impara a comunicare con i suoi simili fin da bambino, seguendo delle procedure naturali, come la parola, i movimenti e l’espressione del viso, e, attraverso occhi e viso, trasmette messaggi verso l’esterno, talora anche senza rendersene conto.
Aristotele affermava “O ἄνθρωπος φύσει πολιτικoν ζῷον” che tradotto significa “L’uomo è per natura un animale sociale”. In questa celebre frase è riassunta la necessità primaria dell’essere umano, il suo bisogno di confronto e di rapporto con i propri simili.
Anche gli artisti, da Michelangelo con la scultura del David a Dante con il ritratto di Farinata degli Uberti, hanno sempre riconosciuto il legame tra l’espressione facciale e il sentire più intimo e profondo. E come non ricordare lo scrittore Edgar Allan Poe che più di un secolo fa, nel racconto “La lettere rubata”, aveva ben compreso la capacità delle espressioni facciali di guidare i comportamenti umani e così scriveva: “Quando desidero scoprire quanto saggia, stupida, buona o cattiva sia una persona, o quali siano i suoi pensieri in quel momento, modello la mia espressione facciale, con la maggiore accuratezza possibile, in modo che assomigli alla sua e poi aspetto di vedere quali pensieri o sentimenti emergono nella mia mente e nel mio cuore in base all’espressione che ho assunto”.
La comunicazione non verbale ha radice antiche. Già nel ‘600 alcuni filosofi avevano notato come la postura del corpo potesse mostrare le intenzioni e comunicare le emozioni dell’individuo. Il primo ad analizzare la mimica facciale e la relativa interpretazione a livello emozionale fu il celebre naturalista britannico Charles Darwin, persuaso dell’idea che le espressioni facciali svolgessero una precisa funzione comunicativa dello stato emotivo delle persone quando poste in relazione tra loro. Da allora molto è stato scritto e numerosi studi sono stati condotti per comprendere le correlazioni tra emozioni e mimica facciale. Nel 1862, il neurologo francese Duchenne de Boulogne, grazie alle sue ricerche di elettrofisiologia, attribuì il linguaggio dell’espressione e dell’emozione all’attività dei diversi muscoli del volto. Nel 1956, lo psichiatra Jurgen Ruesch e lo scrittore Weldon Kees coniarono l’espressione “comunicazione non verbale”, che inserirono nel loro testo “Nonverbal Communication: Notes on the Visual Perception of Human Relations”.
La zona elettiva per la comunicazione non verbale è proprio il volto.
Alla fine degli anni ’50, si deve allo psicologo statunitense Paul Ekman, pioniere nel riconoscere le emozioni enfatizzando le espressioni facciali, la celebre “teoria delle emozioni primarie”, secondo la quale tutti gli esseri umani possiedono sei modelli innati di risposta emotiva (felicità, tristezza, rabbia, paura, sorpresa e disgusto) che quando attivati producono sei diverse espressioni facciali. Lo stesso Ekman, insieme al collega Wallace Friesen, anch’egli studioso della comunicazione, ha poi classificato quarantaquattro diversi possibili movimenti del volto, come strizzare gli occhi, aggrottare la fronte e così via. Tra il 1967 e il 1971 lo psicologo statunitense Albert Mehrabian compì alcuni esperimenti sulla base dei quali stimò che il 93% della trasmissione di un messaggio fosse non verbale e che solo il 7% fosse affidata alle parole.
Espressioni facciali, come sorrisi e/o smorfie, risultano fondamentali per esprimere emozioni. In particolare, il sorriso è un potente strumento di comunicazione. Se è autentico, secondo quanto osservato da Duchenne, si accompagna al coinvolgimento dei muscoli orbicolari, che causano la comparsa di rughette dette “zampe di gallina” agli angoli degli occhi e al rilassamento generale del corpo. Al contrario, un sorriso forzato spesso resta confinato alle sole labbra e si accompagna a tensione muscolare nel resto del viso, condizione che maschererebbe emozioni nascoste nascondendo falsità.
Un’altra comune espressione facciale è il sollevamento delle sopracciglia, per lo più associato a sorpresa, interesse o curiosità. Il sollevamento di entrambe le sopracciglia può indicare stupore o shock, mentre un sollevamento singolo esprimerebbe scetticismo o dubbio. Le rughe frontali caratterizzano le persone colpite da ansie e preoccupazioni, mentre aggrottare insieme fronte e sopracciglia è espressione di concentrazione, dispiacere, preoccupazione, ira, severità. Ancora, mordicchiarsi le labbra è un gesto che denota tensione emotiva e incertezza e poiché richiama l’attenzione sulla bocca, una delle principali vie di espressione, suggerisce un potenziale conflitto interno legato alla comunicazione. Uno studio condotto da Havas e coll. nel 2011 e pubblicato su Psychological Science mise in relazione espressione facciale, pensieri ed emozioni su individui precedentemente trattati con botulino allo scopo di spianare la fronte e attenuare le rughe. Emerse che le iniezioni di tossina botulinica sulla fronte influivano sull’elaborazione da parte del cervello delle emozioni altrui, con il riscontro di una stretta correlazione tra la possibilità di corrugare la fronte e l’immediatezza con cui si capiscono dei messaggi emotivi negativi. In particolare, le persone sottoposte al trattamento provavano difficoltà non solo a mostrarsi accigliate, ma impiegavano più tempo nel cogliere la valenza emotiva di espressioni verbali corrispondenti ad emozioni negative (ostilità, rabbia, paura). La questione non riguarda però solo le iniezioni di tossina botulinica.
Questi trattamenti costituiscono il nesso più diretto per modificare l’azione dei muscoli alla base delle espressioni facciali, tuttavia molti altri interventi estetici producono effetti simili: materiali per l’aumento dei tessuti molli inseriti nelle pieghe nasolabiali e aree periorali possono alterare il sorriso e le smorfie; il lifting del viso e il resurfacing mediante laser possono avere un impatto simile, sia smussando le linee attorno ad occhi e bocca sia riducendo in generale la dinamicità della pelle del viso. Analizzando la letteratura dei primi anni 2000, emerge come la richiesta di trattamenti estetici fosse motivata dal controllo degli effetti dell’invecchiamento sullo sviluppo di espressioni facciali, per così dire, indesiderate, soprattutto tristezza, stanchezza, rabbia.
I processi d’invecchiamento, infatti, non solo modificano le strutture anatomiche del viso, ma si accompagnano ad espressioni per le quali il soggetto tende a non riconoscersi più. Citando il sociologo David Le Breton, si potrebbe dire che a causa dell’invecchiamento le persone perdono la loro immagine di riferimento. Queste espressioni così alterate sono considerate emozionalmente inappropriate da parte sia degli stessi pazienti sia delle persone intorno a loro. Questa sorta di discrepanza tra l’immagine del paziente e la sua personalità, produce come effetto la perdita di autostima con ridotta qualità della vita, per cui si ricorre ad interventi di medicina estetica. Tuttavia, in quegli stessi anni, i pazienti chiedevano, sì, di poter apparire in ottima forma e raggianti, come se il tempo per loro si fosse fermato, ma di rimanere comunque se stessi. La stragrande maggioranza dei pazienti desiderava risultati quanto più possibile naturali e personalizzati, rifiutava qualsiasi stereotipo o, addirittura, qualsiasi procedura che avesse potuto comportare un eccessivo cambiamento morfologico del viso, spaventati dall’eventualità che il trattamento estetico potesse renderli irriconoscibili agli occhi degli altri.
A distanza di 15-20 anni, le aspettative sono profondamente cambiate e le persone che ricorrono alla medicina estetica sono di età sempre sempre più giovane. Il volto deve apparire levigato, mimando le foto di riviste patinate. Per ottenere questo effetto la pelle non deve formare alcuna rughetta o piega, anche a prezzo di un viso visibilmente gonfio e tumefatto, quasi caricaturale. Ecco allora che i processi relazionali si modificano, perdono di efficacia. Le emozioni che si provano intimamente vorrebbero esteriorizzarsi e guidare la mimica facciale, ma trovano ostacolo in pelle e muscoli che seguono proprie dinamiche innaturali. Si sviluppano nuove smorfie e nuovi sorrisi, non importa più se forzati o sinceri. Si perdono quella spontaneità e quella naturalezza che da sempre appartenevano all’uomo quale essere sociale, alla sua capacità di relazionarsi e di comunicare. Nascondere le nostre emozioni dietro finzione ed apparenza, limitare l’empatia: è davvero questo ciò che desideriamo?
Dr.ssa Francesca Zangari: Odontologo Forense
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