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28 Giugno 2021

I dati aiutano, più o meno dell’esperienza, a prevedere i fallimenti?

Il prof. Gagliani continua con le sue considerazioni su come l’intelligenza artificiale potrà aiutare il dentista nel suo lavoro

di Massimo Gagliani


Ritorno sul tema introdotto la scorsa settimana per delinearlo al meglio; intendiamoci, siamo agli embrioni. Tuttavia se mai si comincia mai si arriva.
L’Intelligenza Artificiale (AI, per dirla con l’acronimo anglosassone) dovrebbe essere il frutto delle intelligenze di molti uomini che, uniti negli intenti, riescono ad assommare un numero straordinario di informazioni che, algoritmi strutturati a dovere, dovrebbero ricondurre a soluzioni inappellabili. 

Una piccola strada verso l’infallibilità che sappiamo appartenere al Papa e a pochi altri che si credono tali. 

Una recente revisione sistematica, comprendente ben 19 articoli sull’argomento, precisa che: “l’interpretazione corretta dei dati è importante nella diagnosi dentale, la standardizzazione degli stessi potrebbe aumentare l'accuratezza dei modelli di intelligenza artificiale non solo nella diagnosi della carie dentale e della frattura verticale della radice ma anche nella previsione dei fallimenti dei restauri dentali.  
Pertanto, la disponibilità di volumi di dati consultabili da tutti faciliterà lo sviluppo dei modelli di intelligenza artificiale”. 

E ancora: “I criteri per definire la tipologia del materiale da restauro, per esempio, sono stati desunti da dati raccolti basati sull'esperienza di docenti di scuole di odontoiatria e di clinici con studio privato……”
Infine “Solo la disponibilità di dati aperti faciliterà lo sviluppo di modelli di intelligenza artificiale.” 

Gli orizzonti esplorati diventano sempre più ampi, si spazia dalla tipologia di preparazione dentale in rapporto al moncone dentale, alla scelta delle connessioni tra elementi in lavori protesici; un ambito spesso foriero di delusioni tra dentisti e odontotecnici. Visto con l’occhio disincantato del professionista con i capelli bianchi (i pochi rimasti) mi verrebbe da sorridere perché quella che si contrabbanderebbe come

AI viene comunemente definita come “esperienza” per i più forbiti, “marciapiede” per quelli di bosco e di riviera come il sottoscritto. 

Mi metto per contro nei panni dei giovani professionisti che, avendo ricevuto insegnamenti eterogenei, frammentati e spesso poco qualificati si trovino a dovere fronteggiare situazioni cliniche su cui fare esperienza, ovvero sbagliare sulla pelle dei pazienti.
Un percorso che abbiamo, in misura maggiore o minore, fatto tutti ma che non è detto si debba perpetuare nella vita futura.

Forse questo il vero orizzonte dell’AI, stante il fatto che l’esperienza sia debolmente trasmissibile

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