Far erogare meno prestazioni "inutili" al servizio pubblico e ridefinire il perimetro delle prestazioni integrative da porre a carico dei fondi sanitari extra-Ssn, spingendo questi ultimi a coprire almeno per l'80% odontoiatria, long term care ed altri servizi che gli italiani oggi pagano di tasca propria.
E ancora: escludere le regioni dal gestire forme di sanità integrativa, perché sarebbe la fine dell'universalismo della sanità pubblica, e definire regole d'ingaggio tra assicurazioni (profit) che oggi gestiscono gran parte dei fondi sanitari, e questi ultimi, che a scopo di lucro non sono. Si tratta di alcune delle proposte formulate da Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe, alla Commissione Affari sociali della Camera, che sta sondando tutti gli "stakeholder" in materia di fondi integrativi.
Il governo giallo-verde nel complesso sembra attendere evidenze in favore o contrarie all'esigenza di dare slancio a questi fondi dato il "ritrarsi" del servizio pubblico.
Ricordiamo che questi fondi sono cresciuti quasi esponenzialmente in termini di adesioni, tra il 2010 e il 2016 - ha ricordato un recentissimo "paper" di Gimbe - si è passati da 3,3 milioni di aderenti a 10,6, anche se le spese per rimborsare/coprire questa popolazione triplicata sono aumentate di circa un terzo, da 2,3 a 3,3 miliardi. E ricordiamo che le Camere dispongono dal 2017 di un documento sulla sostenibilità del Ssn firmato nella precedente legislatura da Nerina Dirindin e Luigi D'Ambrosio Lettieri che non apre ai Fondi, pur ritenendoli una potenzialità, ma anzi suggerisce di riflettere sugli incentivi ad essi concessi tra detrazioni agli iscritti ed agevolazioni fiscali.
Il recente documento Gimbe conferma infine, sulla base di precedenti indagini (in primis Censis-Rbm) che per un 60-70% questi fondi offrono prestazioni già offerte nell'assistenza della sanità pubblica.
L'indagine conoscitiva della Camera oltre a Cartabellotta ha consentito di "audire" i rappresentanti delle mutue, e tra essi Massimo Piermattei vicepresidente del consorzio mutue sanitarie aderente alla Fimiv, Federazione Mutualità Integrative Volontarie, il quale ha sottolineato che anche la "sostitutività" rispetto al Ssn salva delle vite, visto che l'attesa per una visita specialistica nel pubblico può durare 6 mesi e più. In un simile contesto, spesso è proprio il servizio sanitario a chiedere agli italiani di aderire a forme di sanità integrativa. Che non beneficiano in prospettiva solo dei dipendenti e particolari contratti. “La necessità di forme sussidiarie no profit, non solo per i dipendenti, ma anche casalinghe e pensionati, è una esigenza ineludibile nel contesto di una popolazione che invecchia”.
A distanza, Cartabellotta di Gimbe risponde che nei Fondi sanitari, sostanzialmente, vede poco invecchiamento e molti pacchetti di prestazioni offerte che «alimentano il consumismo e rischiano di danneggiare la salute, e vede un "ecosistema" in cui si consente a compagnie private di ri-assicurare e gestire i fondi.
Sempre Gimbe aveva osservato nel suo paper che i Fondi sanitari non avevano fatto in modo di abbassare la quota di spesa degli iscritti, in quanto per tutti gli italiani i soldi sborsati direttamente ammontano al 18% di tutte le cure. Elio Borgonovi, fondatore del Cergas dell'Università Bocconi, ha una percentuale diversa, parla di un 26% di spesa "out of pocket", di tasca degli italiani, di cui solo un 5% destinato alla spesa intermediata dall'iscrizione a fondi sanitari integrativi; e rispetto a Cartabellotta sottolinea che comunque la quota di spesa sostenuta direttamente dalle famiglie è alta in modo anomalo in Italia rispetto agli altri paesi Ue.
Detto altrimenti, ci ritroviamo già "severi" con i fondi integrativi.Il Presidente Gimbe tuttavia parte dal presupposto che sia prioritario fare ordine nelle prestazioni offerte dal sistema universalista, espellendo dai livelli essenziali di assistenza quelle non evidence o non value-based, definendo con appositi nomenclatori le prestazioni Lea ed extra-Lea, innalzando dal 20 all'80% la quota di assistenza destinata a servizi integrativi dai Fondi, varando un accreditamento pubblico delle compagnie per poter operare in sanità, regolamentando non solo il rapporto tra loro e i Fondi ma anche l'informazione al pubblico su questi temi e togliendo il tema d'imperio dall'agenda della trattativa sulle autonomie regionali.
Ultimo suggerimento, forse da mettere per primo: coinvolgere l'imprenditoria sociale.
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