Accade a tutti, nel lavoro e nella vita privata: il nostro messaggio, parlato o scritto, non ha soddisfatto le nostre attese.
Reagire è lecito, in tutte le sue forme: indifferenza, rabbia verso chi non ha capito, contrarietà con se stesso. Così facendo però non risolviamo la situazione. Proviamo a attivare una reazione molto diversa: domandarsi cosa non ha funzionato nella nostra comunicazione.
Questo insuccesso ha buone probabilità di diventare una fonte di apprendimento e di miglioramento. Ovvero diventa una sorta di lezione: la prossima volta potremo fare meglio!
È inutile negarlo: comunicare non è semplice. Non ci sono norme che possano garantire il buon esito.
Parliamo piuttosto di indicazioni finalizzate a promuovere la probabilità di avere successo, ovvero di farsi capire.
Proviamo a "capire meglio" la comunicazione. Innanzitutto poniamo al centro della nostra attenzione il contenuto. In ogni contesto è un errore pensare che dire tutto sia una regola sempre valida e infallibile. Cambiamo il punto di vista: occorre dire solo ciò che è utile alla finalità e al nostro interlocutore.
Accade nel parlare e nello scrivere: le parole creano frasi che si accavallano, il pensiero di partenza perde la bussola e sconfina lungo percorsi dettati da associazioni mentali. Evitiamo tutto ciò. Facciamo ordine.
Ciò vale per tutti gli elementi:
• Le parole. Limitiamo gli aggettivi, gli avverbi e le frasi fatte.
• I periodi. All'insegna dell'elogio della brevità: esprimiamo 1 concetto alla volta, adottiamo l'indicazione di circa 25 parole, evitiamo gli incisi e le proposizioni subordinate.
L'obiettivo è esprimersi in modo semplice. Così facendo facilitiamo il compito di chi deve leggere o ascoltare!
Ma cosa ci guida a trovare il quanto basta?
Innanzitutto l'obiettivo del nostro messaggio: convincere, informare, indirizzare, contestare, criticare, lodare, etc. C'è un altro accorgimento molto valido: mettiamoci nei panni del nostro destinatario e anticipiamo nella nostra mente la sua posizione e il suo atteggiamento (cosa già sa, o vorrebbe, o teme).
Possiamo quindi selezionare ciò che è utile dal superfluo: la nostra comunicazione avvicina medico e paziente.
A cura di: Erika Leonardi, esperta di organizzazione aziendale www.erikaleonardi.it
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