Per i dentisti italiani, il 2012 sarà probabilmente un anno importante. Nei prossimi 12 mesi, arriverà infatti una significativa riforma del sistema pensionistico, annunciata proprio poche settimane fa dall’Enpam. L’ente che gestisce la previdenza dei medici e degli odontoiatri ha subìto infatti un richiamo da parte della Corte dei Conti, che ha invitato i dirigenti dell’istituto a mettere i bilanci in ordine, per evitare gravi squilibri finanziari nei prossimi 30 anni, quando i professionisti oggi ancora in attività si metteranno a riposo. Per alcuni osservatori, il pronunciamento della Corte è stato una “tirata d’orecchie” in piena regola, che costringerà i camici bianchi di tutta Italia a fare qualche sacrificio nei decenni a venire, rassegnandosi a ricevere degli assegni pensionistici meno generosi rispetto al passato. Secondo i vertici dell’Enpam, tuttavia, non è il caso di fare troppi allarmismi anche perché va sottolineato un elemento molto importante: le pensioni di chi si è già congedato dal lavoro non verranno toccate dalla futura riforma, né saranno modificati i diritti acquisiti in passato da tutti i medici e i dentisti ancora in attività, attraverso i contributi versati nel corso della carriera. (si veda l’intervista a Giovanni Pietro Malagnino, odontoiatra e vice presidente dell’Enpam). E allora, sorge spontaneo un interrogativo: cosa succederà esattamente alle pensioni degli odontoiatri?
La questione
A ben guardare, la questione è abbastanza complessa e trova origine in una norma contenuta nella manovra finanziaria del 2007, approvata dal governo Prodi, e poi perfezionata l’anno successivo dalla coalizione di centrodestra guidata da Silvio Berlusconi. Nello specifico, tra il 2007 e il 2008 sono cambiate alcune regole importanti che riguardano il bilancio e il patrimonio delle casse pensionistiche privatizzate, cioè gli enti che gestiscono la previdenza dei liberi professionisti, come appunto l’Enpam.
Dal 2008 in poi, le casse dei professionisti devono avere una dotazione di patrimonio e un equilibrio finanziario maggiori rispetto al passato, in modo da garantire già oggi (in base a delle previsioni che in gergo tecnico si definiscono “attuariali”) il pagamento degli assegni pensionistici nei prossimi 30 anni.
Prima del 2008, invece, la legge imponeva agli enti previdenziali dei professionisti un equilibrio finanziario prospettico di soli 15 anni. Detto in soldoni, l’Enpam deve dimostrare di essere capace di pagare tutte le pensioni da qui al 2041, facendo delle stime sui trend demografici, cioè sul numero dei futuri pensionati e sulla quantità di contributi che incasserà nei prossimi decenni.
Per dare queste garanzie, però, occorrono inevitabilmente dei sacrifici. Il sistema pensionistico italiano funziona infatti con un metodo che gli esperti definiscono a ripartizione: i contributi versati da chi è ancora in attività servono cioè a pagare le pensioni di chi si è già messo a riposo. Va ricordato, però, che l’età media della popolazione è in continua in crescita e in futuro ci sarà probabilmente un numero sempre maggiore di pensionati. Per evitare che l’equilibrio finanziario della previdenza dei professionisti salti all’aria, c’è dunque bisogno di attuare una sostanziale riforma. Quale?
La riforma
È ancora presto per dare una risposta definitiva, perché le ipotesi allo studio sono diverse. Innanzitutto, è probabile che venga innalzata l’età pensionabile, con un sistema di incentivi e disincentivi, su base volontaria: in pratica, chi sceglierà di rimanere al lavoro per un po’ di anni, pur avendo maturato i requisiti della pensione, riceverà in futuro un assegno previdenziale più alto, mentre chi si metterà a riposo anticipatamente verrà penalizzato con una rendita più bassa.
La seconda ipotesi consiste nel ridurre l’aliquota di rivalutazione dei redditi, sulla cui base vengono calcolate oggi le pensioni dell’Enpam. Per chi non lo sapesse, l’assegno previdenziale degli odontoiatri viene calcolato sulla media delle retribuzioni dichiarate dal professionista nel corso della vita lavorativa, che vengono man mano rivalutate di una percentuale dell’1,75%, per ogni anno di carriera. Per evitare di erogare pensioni troppo generose, l’Enpam potrebbe ridurre l’aliquota di qualche decimo di punto, salvaguardando però i diritti già acquisiti, con un sistema pro-rata. In pratica, i redditi dichiarati negli anni scorsi verranno rivalutati comunque con la vecchia percentuale dell’1,75%, mentre le retribuzioni del futuro subiranno una rivalutazione più modesta, per esempio dell’1,5% (anche se è ancora presto per dare dei numeri precisi).
Infine, la riforma delle pensioni targata Enpam potrebbe seguire un terzo filone: l’innalzamento del tetto contributivo.
Oggi, infatti, gli odontoiatri iscritti all’Enpam (nella gestione denominata quota B, che raggruppa la maggioranza dei liberi professionisti), versano un contributo pari al 12,5% sulla parte di redditi che non supera la soglia di 50mila euro circa. L’ipotesi è di elevare il tetto, in modo che medici e odontoiatri possano versare una quantità di contributi maggiore nel corso della carriera. Anche in questo caso (come per l’età pensionabile) l’innalzamento del tetto retributivo potrebbe avvenire su basi volontarie.
Leggi anche l'intervista a Giampiero Malagnino
GDO 2011;6
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