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22 Aprile 2008

A proposito di investimenti a basso rischio

di Andrea Telara


Quasi un milione di italiani, secondo le rilevazioni del Censis, possono permettersi un lusso non da poco. Possono vivere senza lavorare, guadagnare diverse migliaia di euro ogni anno senza muovere un dito, o quasi, in barba al crollo delle borse, all’aumento dei prezzi o alle incognite che gravano sui destini dell’economia mondiale.
Nel gergo della comunità finanziaria si chiamano rentiers (gente che vive di rendita, per dirla all’italiana) e sono una piccola schiera di pochi eletti. Si tratta, in media, di circa un cittadino ogni 60 residenti nella Penisola. Una élite, insomma, invidiata probabilmente da tutto il resto della popolazione che, ormai non di rado, deve sudare sette camicie per far quadrare il bilancio della famiglia a fine mese.
Ma, se vivere di rendita è difficile, chi dispone di un capitale abbastanza consistente, per esempio la liquidazione di due coniugi appena congedatisi dal lavoro, o l’eredità ricevuta da un ricco parente passato a miglior vita, non deve arrendersi tanto facilmente. È infatti possibile, anche senza alcun rischio (o quasi) far fruttare al meglio il proprio patrimonio e ottenere ogni anno entrate supplementari ai redditi da lavoro o alla pensione.
L’ipotesi di partenza è quella di un risparmiatore che disponga di un capitale iniziale compreso tra 150mila e 500mila euro.
Quanti soldi si possono ottenere ogni anno con queste cifre, sotto forma di rendita sicura?
Più meno tra 6mila e 24mila euro all’anno, cioè in media tra 500 e 2mila euro al mese (al lordo delle tasse). Le soluzioni indicate sono destinate esclusivamente agli investitori totalmente avversi al rischio. La realtà dei fatti, però, dimostra che chi è disposto ad accettare un certo grado di rischio riesce di solito a far fruttare in maniera più proficua il proprio patrimonio, almeno nel medio e lungo periodo.
Una strada praticabile, per la caccia alla rendita è rappresentata dai depositi bancari e dai conti correnti ad alta remunerazione e senza spese. Se gli interessi attivi garantiti dalle tradizionali banche sono in genere ben al di sotto dell’1 per cento, sul mercato si stanno infatti affacciando sempre più intermediari disposti a offrire dei conti correnti con rendite superiori ai tre punti percentuali, sulla scorta del successo raccolto dal celebre Conto Arancio di Ing Direct. Oggi, con i conti ad alta remunerazione si può arrivare a ottenere un rendimento massimo pari al 3,5 - 4 per cento lordo, con in più il vantaggio di poter disporre come e quando si vuole della propria liquidità, senza alcun rischio di perdite. Ma non è tutto oro quello che luccica. Il fisco, infatti, usa la mano pesante con i depositi bancari giacché sugli interessi attivi viene applicata una tassazione del 27 per cento. E così, il rendimento effettivo dei conti non è pari al 3,5 -4 per cento (come si potrebbe pensare a prima vista) bensì tra il 2,55 per cento e il 3,2 per cento al netto delle tasse.
Per gli aspiranti rentiers la soluzione ad hoc proposta dalle compagnie assicurative è rappresentata soprattutto da una particolare categoria di prodotti: le polizze a rendita vitalizia immediata
In pratica, il cliente versa un premio unico iniziale e rinuncia di fatto a qualsiasi possibilità di rimborso del capitale, che viene invece investito in alcuni fondi gestiti dalla stessa impresa assicuratrice. In cambio, però, il sottoscrittore riceve da subito una rendita che lo accompagna per tutta la sua esistenza e può essere lasciata in eredità anche a un’altra persona. Il corrispettivo liquidato ogni anno dalla compagnia dipende da molti fattori, a cominciare dal sesso e dall’età dell’assicurato. Analizzando i prospetti informativi di molte polizze vendute sul mercato, si scopre che un assicurato maschio 65enne, che versa un premio di 150mila euro, può ottenere in cambio una rendita tra 9mila e 10mila euro annui. Con 250mila euro si arriva a una assegno tra i 15mila e i 17.500 euro ogni 12 mesi, che salgono sino a oltre 30mila euro con un premio superiore a 500mila euro.
Altra strada da battere è rappresentata dai titoli di stato di lunga scadenza, come i Btp trentennali emessi dal Tesoro italiano. Offrono rendimenti periodici (cedole) abbastanza ricchi, attorno al 5 per cento su base annua. Inoltre, godono di un trattamento fiscale vantaggioso giacché, almeno per ora, le cedole sono assoggettate a un'aliquota piuttosto ridotta, pari al 12,5 per cento. Naturalmente, prima di acquistarli bisogna pesare con attenzione tutti i pro e i contro. Il primo inconveniente è rappresentato dal rischio che una crescita dei tassi in futuro comporti una diminuzione dei prezzi dei bond con scadenze più lunghe (come i Btp trentennali), provocando perdite sul capitale per chi abbia la necessità di rivenderli sul mercato.
Chi non vuole correre questo rischio, può indirizzarsi comunque sull’investimento in titoli di stato di scadenza più breve (come i Bot, che hanno una durata tra i 3 e i 12 mesi e che oggi rendono tra il 3,5 per cento e il 4 per cento lordo, cioè poco meno dei Btp trentennali).
L'ultima soluzione possibile è quella di puntare sul settore immobiliare che negli anni passati è cresciuto con tassi a due cifre e ha regalato molte soddisfazioni agli investitori. Ma, con i prezzi di mercato alle stelle, puntare sul mattone oggi (cioè comprare un immobile e poi cederlo in locazione) non sempre può rivelarsi una scelta azzeccata. È infatti vero che gli affitti hanno subito un’impennata nell’ultimo quinquennio, per la gioia di molti proprietari di case, ma i canoni di locazione vengono assoggettati a una tassazione abbastanza alta. Sono cioè sottoposti alle normali aliquote irpef, che per gran parte dei contribuenti partono da un minimo del 23 per cento e sono più elevate di quelle applicate ad altre rendite finanziarie. In secondo luogo, bisogna mettere in conto ulteriori spese non trascurabili, a cominciare dal pagamento dell’Ici (l’imposta comunale sugli immobili) che per le piccole superfici comporta un esborso inferiore anche a 100 euro annui, mentre per le case di grandi dimensioni può superare i 1.000 euro ogni 12 mesi.
Ma, aldilà dei costi, qual è la rendita ottenibile puntando sulla locazione di una casa? Non è facile calcolarla, perché gli affitti e i prezzi degli immobili, ovviamente, variano da città a città. Prendendo in esame le più recenti quotazioni di mercato stimate dagli analisti delle grandi catene di agenzie immobiliari, il quadro è più o meno il seguente: affittando una piccola superficie del valore di 150-160mila euro, si possono ottenere in media rendimenti variabili tra i 500 e i 900 euro lordi al mese. Con un investimento di 250mila euro si può arrivare, nelle città più care, a un canone di locazione medio di 1.300-1.500 euro mensili lordi. Man mano che la superficie aumenta, però, la realtiva convenienza dell’investimento nel mattone decresce: per appartamenti oltre i 120 metri quadri, che valgono circa 500mila euro, l’affitto riesce con difficoltà a superare la soglia dei 1.500-1.800 euro mensili.

GdO 2008; 6

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