Paolo Danieli ha 64 anni e quattro mandati in parlamento alle spalle, ma ha ancora voglia di fare politica nonostante veda molto chiaramente il motivo del suo cattivo funzionamento: "Non sono i senatori e i deputati a fare le leggi. Loro, checché se ne dica, devono limitarsi ad alzare la manina o premere un bottone.
Le decisioni su tutto vengono prese fuori dal parlamento, con il coinvolgimento al massimo di una decina di parlamentari su mille".
Lei entrò in politica nel Movimento sociale italiano a 15 anni, in un periodo alquanto turbolento...
Fu una scelta dettata dalla ribellione nei confronti di una società che mi pareva fatta male.
Sentimento condiviso da milioni di giovani che allora si impegnavano in politica, specie a sinistra. Io invece mi impegnai a destra perché quella società non mi piaceva, era basata sul modello imposto dai vincitori della guerra e quindi io stavo con chi aveva perso.
Ovviamente si trattava di un ragionamento schematico, al limite del semplicismo. Poi le motivazioni divennero più consapevoli, ma sempre dovute alla non condivisione di un sistema fondato sul denaro e sul consumismo. La visione del mondo che mi formavo studiando gli autori della destra politica (non economica!) europea era invece opposta a quel modello, con al centro l'uomo e non il capitale, che dev'essere strumento e non fine.
Quello che oggi succede, con la finanza internazionale che decide del destino dei popoli e della nostra vita privata, dimostra che avevo ragione.
Come la pensa ora a distanza di tanti anni?
Qualche delusione non è mancata ma ho avuto molte soddisfazioni. La più grande è la consapevolezza di aver concepito la politica come servizio alla comunità e di essermi sempre comportato in modo da avere la stima e il rispetto di tutti, anche degli avversari.
Ma non faccio bilanci. Tutto è in evoluzione. Ho ancora tante cose da fare, da dire, da imparare e da insegnare.
Non sono scettico. Sono positivo.
E poi, il bello della politica è che non si vince e non si perde mai completamente. L'importante è non darsi mai per vinti e, quando si perde, rialzarsi da terra e continuare a combattere. Sono quasi cinquant'anni che faccio politica e continuerò finché sarò lucido,
per affermare le mie idee.
Che impatto ha avuto la politica sulla sua vita professionale o privata?
Per fare politica ci vuole tempo, che viene sottratto alla famiglia e al lavoro. Ho sempre cercato di non penalizzare la famiglia dedicando a essa tutto il resto del tempo.
Indubbiamente facendo il senatore per quattro legislature ho dovuto penalizzare la mia professione, ma poiché nessuno mi ha obbligato non mi lamento.
Anzi aver mantenuto la mia attività è una scelta di cui vado orgoglioso perché mi ha permesso di essere libero, di non dipendere dalla politica, di avere la possibilità di dire di no quando non condividevo una posizione imposta dal mio partito.
Dovrebbe essere così per tutti. Fosse per me farei una legge per cui non ci si può candidare se prima non si ha lavorato per almeno 10 anni.
Così la politica sarebbe più collegata alla realtà.
E se fosse al posto del premier Mario Monti quale è la prima cosa che farebbe?
La nazionalizzazione della Banca d'Italia che, pochi lo sanno, è privata.
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