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11 Luglio 2021

Guadagna troppo poco: giovane dentista condannato per evasione. Ovvero quando diventa difficile capire le regole del gioco

di Norberto Maccagno


Dal punto di vista giornalistico è relativamente semplice dare la notizia di una sentenza: la si legge e poi la si racconta riportando i passaggi significativi. Leggendo quelle fiscali, molte volte mi ritorna in mente quanto spesso vari direttori dell’Agenzia delle Entrate e Ministri amano sottolineare: il contribuente ha sempre modo di motivare e spiegare quanto contestato. 

Volontà di non essere repressivi ma dialoganti che non metto in dubbio ma trovo spesso difficile da mettere in pratica, a cominciare dal fatto che al contribuente mancano parametri certi da rispettare. 

Indubbiamente diventa anche difficile giudicare dalla sola sentenza se in quell’occasione il Fisco si è dimostrato rigido ed oppressivo oppure se, effettivamente, il contribuente ci ha provato ma è stato beccato. 

Dubbio che mi è tornato leggendo la vicenda di un giovane odontoiatria napoletano, “con studio ancora in fase di avviamento” (si legge nella sentenza) che si è visto contestare nel 2008 il reddito dichiarato nel 2005. 

Sintetizzo prendendo le informazioni dalla sentenza della Cassazione (ordinanza 17596/2021) pubblicata nelle scorse settimane che, 13 anni dopo, dà ragione all’Agenza delle Entrate che aveva contestato il reddito dichiarato utilizzando il metodo analitico-induttivo e non gli studi di settori (che davano congruo il giovane odontoiatria). 

All’odontoiatra venivano contestati troppi costi (36.671,00 euro) “a fronte di una rimuneratività” di 11.209,00 euro. Peraltro, buona parte dei costi (19.753 euro) erano da imputare al costo del personale dipendente, una “infermiera”, si legge nella sentenza, più probabilmente una ASO. Ufficio delle Entrate che ritiene incongruente il reddito non tanto sulla base di stili di vita del contribuente o conti in banca, ma perchè inattendibile per “l'antieconomicità del comportamento del contribuente”.
E per desumerne questo i funzionari dell’Agenzia delle Entrate hanno confrontando l’incidenza dei costi sui compensi di altri 331 professionisti della stessa attività e area geografica. Dal confronto emerge che l’incidenza dei costi sui compensi dei colleghi della zona è compresa tra il 16% e il 53% (margine che mi sembra già decisamente ampio) mentre, scrive le Entrate “il professionista in questione vedeva rideterminarsi i ricavi in considerazione di una incidenza calcolata in misura pari al 76,59%”. 

Ed il fatto che fosse uno studio aperto da poco e che il giovane odontoiatra lavorasse solo part time perché frequentava ancora l’università per impegni accademici, non ha contato molto. O meglio, non è stata giudicata un motivazione credibile visto che nell’ordinanza i Giudici sottolineano: "la giovane età del professionista e la nuova apertura dello studio odontoiatrico non possono infatti da sole giustificare onorari inferiori a quelli di un infermiere, soprattutto se si considera che il dott. (...) già all'epoca poteva vantare l'esperienza e il prestigio di importanti collaborazioni a livello universitario" e che "pure l'asserita attività odontoiatrica part-time appare davvero poco credibile, essendo notoria la conciliabilità della docenza universitaria con la libera professione".  

Così come il fatto che fosse congruo secondo gli studi di settore non è stata giudicata una “scusa” ammissibile in quanto, ricorda la Cassazione,  “gli studi di settore costituiscono … solo uno degli strumenti utilizzabili dall’Amministrazione finanziaria per accertare in via induttiva, pur in presenza di una contabilità formalmente regolare, ma intrinsecamente inattendibile, il reddito reale del contribuente: tale accertamento, infatti, può essere presuntivamente condotto anche sulla base del riscontro di gravi incongruenze tra i ricavi, i compensi e i corrispettivi dichiarati e quelli formalmente desumibili dalle caratteristiche e dalle condizioni di esercizio della specifica attività svolta, a prescindere, quindi, dalle risultanze degli specifici studi di settore e della conformità alle stesse dei ricavi aziendali dichiarati”. 

Ovviamente non metto in dubbio la sentenza (peraltro i Giudici si pronunciano sui motivi presentati per il ricorso), la validità delle regole e come vengono interpretate, e capisco anche che il giovane odontoiatra sia incappato nel più classico dei casi in cui la legge non sente ragioni, oltre essere anche particolarmente sfortunato, considerando che molti professionisti con attività anche trentennali non hanno mai visto un controllo. 

L’aspetto interessante non è tanto se il giovane odontoiatra sia o non sia un evasore, ma sul concetto, già emerso in altre sentenze, di antieconomicità del comportamento del contribuente basandosi sui bilanci degli altri dentisti della zona. In altri settori, non ricordo se mai è capitato anche in odontoiatria, sono frequenti le cause tra aziende per concorrenza sleale per prezzi troppo bassi rispetto alla media del mercato. 

Ma nel caso preso in esame dalla Cassazione, la contestazione non è sul prezzo troppo basso, o prestazioni gratuite, ma viene contestato e sanzionato la differenza di guadagno rispetto ai colleghi

Con quale criterio il Giudice ha ritenuto che l’attività del giovane odontoiatra era antieconomica visto che stando a quanto pubblicato era comunque in attivo? Su che basi si decide quanto è giusto guadagnare?Peraltro, perché è invece corretto che i costi per uno studio incidano per il 16% mentre un altro il 59%?
L’impressione è che certo il contribuente può spiegare e motivare, ma mancando regole realmente definite, alla fine la decisione rimane insindacabile

Ma come dicevo non ho le conoscenze e competenze giuridico fiscali per poter anche solo mettere in dubbio l’ordinanza, la mia è pura curiosità e probabilmente anche demagogica. 

Curiosità certamente nata dopo aver letto in queste settimane i commenti all’emendamento Lorefice quando viene invocata la concorrenza che attraverso tanti competitor presenti sul mercato consentirebbe ai pazienti di trovare prestazioni a costi ridotti.  

Quindi da una parte si vuole garantire la concorrenza perché aumenterebbe l’offerta abbassando le tariffe, dall’altra, però, se il guadagno di uno studio si discosta troppo da quello dei colleghi della stessa zona, è giusto fare scattare l’accertamento fiscale.   

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