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28 Novembre 2025

Paziente condannata per tentata estorsione ai danni del dentista

La Cassazione ribadisce che la convinzione di avere un diritto non giustifica l’uso di minacce e quanto la pressione diventa costrizione si può configurare il reato di tentata estorsione


Giudici martello

Una paziente è stata condannata per tentata estorsione dopo aver cercato di ottenere la restituzione di un acconto dal proprio dentista con metodi intimidatori. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso dell’imputata, confermando la sentenza di condanna e chiarendo la differenza tra estorsione e “esercizio arbitrario delle proprie ragioni”.

La vicenda 

Attraverso la sentenza della Cassazione (Penale Sez. 2 Num. 27201/2025), Odontoiatria33 ha cercato di ricostruire la vicenda. Il tutto prende avvio l’11 settembre 2019, quando la paziente si sottopone a un intervento odontoiatrico senza sollevare alcuna contestazione sulla qualità delle cure. Anche nel successivo appuntamento di controllo del 3 febbraio 2020, non emergono lamentele. A questo punto l’odontoiatra chiede il saldo dell’onorario e, in risposta, la donna accenna all’intervento di “certi fasanesi” e, in particolare, di un certo personaggio che avrebbe dovuto “convincere” il professionista a rinunciare alle competenze dovute.

Da quel momento la situazione degenera. Entrano in scena altri soggetti, anche loro denunciati e coimputati nel processo (ma poi assolti per mancanza di prove), incaricati non direttamente dalla paziente ma da un “amico” di uno di loro a fare “pressioni” sul dentista. I tre si presentano nello studio per pretendere la restituzione dell’acconto già versato. Il loro atteggiamento, minaccioso, induce quest’ultimo a chiamare le Forze dell’Ordine dopo che gli uomini si rifiutano di identificarsi. Scatta quindi la denuncia e la vicenda giudiziaria con la condanna per la paziente per tentata estorsione, sentenza confermata poi in Cassazione.

Il ricorso e le motivazioni della Corte

Dopo la prima condanna, la difesa della paziente ha chiesto di riqualificare il reato in “ragion fattasi”, sostenendo che la paziente voleva solo recuperare una somma ritenuta non dovuta. Ha inoltre evidenziato l’assoluzione degli esecutori materiali, ritenuta contraddittoria rispetto alla condanna della mandante. 

La Cassazione ha però dichiarato il ricorso inammissibile: le minacce e il coinvolgimento di terzi non erano un mezzo lecito per far valere un diritto, ma un’azione intimidatoria volta a ottenere un profitto ingiusto. Quanto all’assoluzione dei complici, i giudici hanno spiegato che mancava la prova del loro dolo, mentre la volontà estorsiva della mandante era chiara. 


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