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21 Gennaio 2020

Quando la ricerca diventa utile ed applicabile dal dentista

Marco Esposito ci parla di quanto la ricerca è indispensabile per guidare il clinico nella pratica quotidiana. L’occasione è la presentazione di Clinical Trials in Dentistry

Norberto Maccagno

Con il decreto Gelli e le “conseguenze” legali del seguire o meno le Linee Guida, la ricerca scientifica esce forse dall’ambito pubblicistico per entrare negli studi medici ed odontoiatrici. Sapendo bene le differenze e le difficoltà per la professione di poter contare su Linee Guida odontoiatriche validate, il tema della ricerca scientifica è comunque interessante ed attuale perché dovrebbe essere, in ogni caso, la guida per il professionista non solo nello scegliere le terapie da prescrivere al paziente, ma anche per i materiali e le tecniche da adottare. L’occasione di parlare di ricerca è la presentazione di “Clinical Trials in Dentistry”, la nuova rivista di EDRA diretta dal prof. Marco Esposito. 


Prof. Esposito, non trova che la ricerca scientifica sia spesso lontana dalla realtà dell’odontoiatria quotidiana, o almeno in molti casi poco applicabile dal dentista in studio?

Se non si differenzia tra ricerca in vitro e quella clinica il rischio c’è. Le prime molto spesso rimangono in un ambito accademico perché giudicate poco interessanti dal dentista libero professionista. Diverso per la ricerca clinica, che però è ancora limitata nella sua diffusione. E per ricerca clinica non intendo il lavoro del collega che presenta un caso clinico. Fare ricerca vuole dire partire da una ipotesi, provarla o rigettarla e capire se per esempio una nuova terapia funziona per risolvere una determinata patologia. Sulla base di una domanda clinica il ricercatore cerca le risposte confutando o confermando la sua ipotesi. Allora sì che queste ricerche diventano utili per tutti gli odontoiatri. Anche le risposte negative sono fonte d’informazione. 


Manca, forse, anche una cultura dell’odontoiatra libero professionista verso questi lavori? 

Direi che i fattori da considerare sono molti. Il primo, forse è il più banale: il “dentista comune” non ha voglia o ha perso l’abitudine di leggere, spesso si limita a guardare le figure, pensa che filmati trovati in rete possano essere sufficienti per il suo aggiornamento, e questo anche a causa del web e dei social. Manca la cultura del considerare un’informazione clinica anche dal puto di vista critico, il volere e saperla valutare, il porsi delle domande e cercare le risposte. E non si pensi che questo capiti tra i professionisti più anziani. Anzi vedo più passione ed interesse verso la ricerca clinica proprio dai professionisti in attività da più anni rispetto ai giovani. Questo modo d’intendere l’aggiornamento lo vediamo anche nei congressi delle Società scientifiche dove la prevalenza dei discenti è di professionisti con anni di esperienza, mentre mancano gli odontoiatri intermedi, quelli tra i 35-45 anni, e soprattutto i giovani. In altri Pesi non è così. In Spagna, per esempio che odontoiatricamente parlando è un Paese molto simile all’Italia, nelle sale conferenze la gran parte dei partecipanti sono giovani e spesso molte donne anche in implantologia, dove da noi la partecipazione femminile  è molto meno consistente.     


Però molti dei lavori di ricerca pubblicati si basano su dati che l’odontoiatra comune non riesce spesso a tradurre in informazioni pratiche da applicare sui propri pazienti. 

Per i dati che nascono dalle ricerche in vitro è vero. Informazioni più utili e attendibili dovrebbero essere generate dai trial clinici. Per cui l’odontoiatra dovrebbe imparare a valutare i trial clinici e soprattutto le revisioni sistematiche di trial clinici. Purtroppo il numero dei trial clinici è una percentuale a una cifra nell’ambito delle pubblicazioni scientifiche, ed è proprio per questo motivo che la nuova rivista, Clinical Trial in Dentistry, si focalizza su questa tipologia di studi, che sono i più utili per i clinici e i pazienti.   


Perché allora si fanno poche ricerche cliniche? 

E’ difficile fare un buon trial clinico, serve un protocollo di ricerca razionale, tanti pazienti, un sistema efficiente di raccolta dei dati, tempi di osservazione lunghi e un efficiente monitoraggio dei pazienti, tutte cose che in ambito universitario, dove prevalentemente vengono prodotti più lavori di ricerca, si riesce a farlo con più difficoltà. Non a caso molte ricerche cliniche pubblicate sono di ricercatori privati italiani, spesso eseguite in collaborazione con l’università. Ricerche condotte da liberi professionisti nei propri studi e nella gran parte dei casi autofinanziate. In pratica volontariato.  


E all’estero come funziona? 

Sostanzialmente la ricerca viene fatta dall’Università e raramente da singoli liberi professionisti, anche se vi sono delle eccezioni interessanti come in Germania dove gruppi di liberi professionisti valutano procedure cliniche e materiali con metodi scientifici. Alla base c’è sempre il problema dei finanziamenti, in quasi tutti i Paesi europei la ricerca deve essere finanziata. Per questo non esiste, come avviene invece in Italia, un’attività di ricerca svolta dai singoli professionisti per passione, per prestigio personale. Ma questo è anche dovuto al fatto che, a differenza di altri Paesi, in Italia l’assistenza odontoiatrica è prevalentemente assicurata dai privati e la ricerca odontoiatrica quasi ignorata in termini di finanziamenti dalle Istituzioni. 


E l’apporto dell’industria? 

Le aziende sono una delle principali, in alcuni casi uniche, fonti di finanziamento per la ricerca odontoiatrica italiana. Certo questo comporta problemi etici non di poco conto. Oggi la formazione in odontoiatria è spesso svolta dalle aziende che pagano speaker che hanno una capacità di convincimento superiore rispetto ad altri. Ed infatti gli eventi formativi ed i congressi che hanno più seguito, sono oggi quelli aziendali, quelli realizzati per promuovere i propri prodotti. Non dico che questo sia giusto o sbagliato, è una considerazione. E’ il professionista che sceglie la formazione da seguire, ed oggi molti scelgono questo tipo di formazione.  


E Clinical Trials in Dentistry che formazione propone? 

Propone una informazione mediata, verificata e trasparente. Sarà, parlo al futuro anche se il primo numero è già online, una rivista scientifica basata sulle prove scientifiche. L'obiettivo principale è fornire ai dentisti informazioni cliniche affidabili basate sull'evidenza scientifica per valutare gli interventi più efficaci in odontoiatria, per trattare al meglio i loro pazienti. Attraverso i lavori pubblicati il lettore potrà accedere ad indicazioni cliniche affidabili riportate secondo una rigida applicazione di metodi di ricerca validati. I lavori pubblicati non presenteranno opinioni e singoli casi clinici, ma informazioni cliniche affidabili e criticamente validate. Così le indicazioni che il lettore riceverà potranno essere poi portate al riunito, sempre usando il proprio senso critico. Ovviamente l’eventuale sponsorizzazione dell’industria negli sarà dichiarata in maniera trasparente. 


Che tipo di lavori saranno pubblicati? In quali ambiti odontoiatrici c’è ancora spazio per la ricerca? 

Gli studi clinici che pubblicheremo toccheranno tutti i campi dell'odontoiatria, ma pubblicheremo anche revisioni sistematiche pertinenti e correttamente riportate, studi di coorte e studi casi-controllo. Oggi la ricerca clinica ha approfondito solo una minima parte degli argomenti che potrebbero essere studiati. Pensi alla protesi, all’utilizzo di particolari tecniche o materiali o all’odontoiatria digitale. Quanti lavori sono stati pubblicati che confortano o verificano i risultati di tecniche tradizioni con quelle realizzate attraversare tecnologia Cad Cam? Direi che si contano sulle dita di una singola mano. Davanti alla ricerca clinica ci sono immense praterie da percorrere e infiniti dubbi a cui dare risposte. 


Ci dà qualche informazione più pratica su Clinical Trials in Dentistry 

La prima è che può contare su un comitato scientifico estremamente qualificato composto in prevalenza da ricercatori italiani ma non solo, è questo non precluderà assolutamente la pubblicazione di contributi di ricercatori stranieri. I numeri saranno 4 all’anno e sarà pubblicata in inglese e disponibile online in formato digitale accessibile solo attraverso la sottoscrizione di un abbonamento. Trovate il primo numero (ad accesso gratuito) a questo link.  

 
 

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