Egr. Direttore,
in questi giorni è tornato alla ribalta delle nostre cronache quello che ormai è definibile un “evergreen”, cioè l’ECM. Ultime in ordine di tempo le giuste lagnanze dei colleghi ospedalieri, che fanno notare come il mancato rispetto delle norme sull’aggiornamento non sia da imputare certo a loro.
Come ho già affermato in passato, per sopperire alle croniche carenze di organico e di risorse economiche, le Aziende ospedaliere preferiscono dirottarli in corsia piuttosto che trovare tempi e modi per aggiornarli, così come invece la legge prevede. Finalmente qualcuno ha il coraggio di ammetterlo. Ma tutto questo non sarà privo di conseguenze.
Correvano i primi anni novanta quando l’allora Ministro della Sanità, onorevole Bindi, si trovò ad affrontare due importanti problemi: il gap qualitativo tra prestazioni sanitarie pubbliche e private ed il numero crescente di prestazioni di rischio elevato effettuate in ambiti sanitari di modeste dimensioni e, come tali, non sempre adeguatamente attrezzati, se non addirittura inidonei. Vedi i centri estetici.
Ecco che stabilì per legge che tutti gli operatori sanitari del servizio pubblico, dipendenti e convenzionati, dovessero seguire un percorso di Educazione continua, supportata dal SSN e dagli Istituti convenzionati, che dovevano mettere a loro disposizione tempo e risorse economiche. Pena “penalizzazioni economiche e di carriera” per i primi e perdita delle convenzioni per i secondi. Ma questo solo se gli interessati “si rifiutavano” di seguire il percorso formativo per loro disegnato e realizzato, non certo se il loro “datore di lavoro”, cioè lo Stato, se ne disinteressava pur avendo egli stesso scritto la norma.
Per il secondo problema stabilì che alcune attività sanitarie, per le quali andava individuata la maggiore pericolosità, fossero più controllate e per questo soggette ad autorizzazione, alla stregua delle strutture di più ampie dimensioni.
Purtroppo questa “eredità normativa” è passata in mani non altrettanto capaci, che l’hanno trasformata in qualcosa di molto diverso rispetto alle intenzioni della sua creatrice, ed oggi su entrambe le questioni prevalgono burocrazia e formalismo, conditi da una buona dose di interessi, commerciali e non.
Per l’autorizzazione sanitaria, altro “evergreen”, le Regioni hanno dispiegato tutta la loro voracità “normativa”, muovendosi in ordine sparso ma tutte, o quasi, rivolte alla solita meta: rendere la vita difficile ai liberi professionisti, se odontoiatri ancora meglio. Questo senza alcun accertamento della reale pericolosità delle nostre manovre, così come invece previsto dalla legge Bindi. Come si suol dire “a prescindere”.
Sull’ECM noi liberi professionisti, soprattutto odontoiatri, abbiamo invece fatto tutto da soli, accettando senza obiezione alcuna che le sue regole venissero applicate alla libera professione più che al SSN, che intanto si interrogava su quanto fosse complicato ed economicamente pesante rispettarlo. E si rispondeva che forse era meglio fare finta di niente e lasciare scoperti i propri operatori, o addirittura inventava per loro improbabili corsi di bridge, di rafting, o serate di cineforum.
Per fortuna, questi colleghi trovano ogni giorno energie e risorse personali per essere sempre il più possibile all’altezza, ECM o non ECM. Solo nel 2012 l’aggiornamento continuo è diventato per legge un obbligo deontologico, che le altre categorie libero professionali coinvolte hanno declinato in maniera molto più semplice del nostro.Ma, come ho detto, tutto questo avrà delle conseguenze.
Aver ammesso la mancata copertura ECM di così tanti operatori del SSN ed aver minacciato, una volta scoperti, severe sanzioni, seppure sempre da venire, potrebbe prestare il fianco ad una serie di contenziosi legali di cui i già sacrificati colleghi pubblici non sentivano certo il bisogno.
Dottor Renato Mele rappresentante toscano nella Consulta ENPAM della libera professione
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