Alcune considerazioni di Giampaolo Damilano (CAO Cuneo) sul ruolo dell’Ordine, del presidente CAO, e delle responsabilità ed impegni
E' trascorso più di un anno e mezzo dalla approvazione della riforma degli Ordini che venne salutata, forse ottimisticamente, come un importante attestato di autorevolezza e di responsabilità in quanto capace di attribuire nuove funzioni e nuove forze all'azione di difesa del cittadino. Ricordiamo brevemente quanto previsto in quella legge: nei settori di propria competenza gli Ordini vengono riconosciuti come organi dello stato a tutti gli effetti, hanno potere di controllo e di indirizzo, assumono un ruolo importante nel determinare l'evoluzione delle politiche sanitarie. In particolare, sono investiti di compiti di vigilanza e controllo sui settori di competenza e possono/ devono occuparsi del rispetto delle relative leggi, applicando le prerogative deontologiche loro proprie. Si badi bene: rispetto delle leggi dello Stato, non delle leggi del mercato.
La Federazione degli ordini ha dedicato all'economia la terza tappa dei suoi Stati Generali. Nell'appuntamento si è messa sotto processo la riforma del 1992 della sanità, e 27 anni di Servizio Sanitario in cui si è parlato fin troppo di "sostenibilità economica". Fino al blocco dei contratti e delle convenzioni, alla programmazione sbagliata per assenza di risorse, alla progressiva delega al privato di settori sempre più ampi della sanità e infine introducendo nell'assistenza, in parallelo all'obbligo di pareggio, elementi di logica del profitto.
Il presidente FNOMCeO Filippo Anelli ha affermato che il cittadino/ paziente oggi in "un sistema rispondente solo a scelte politicamente orientate verso obiettivi economici non solo rischia di essere messo in secondo piano", ma è "portato a vedersi come consumatore di servizi e di conseguenza a ridimensionare la figura del medico, visto non come un alleato nella cura ma come "detentore di un sapere 'da scaffale' e relativo".
Lo stesso presidente ENPAM Alberto Oliveti ha ricordato come il settore economico dedicato all'assistenza alla persona (che in Italia vale un decimo del Pil), debba sempre lavorare su basi etiche chiare e tendere alla redistribuzione "sociale" di eventuali profitti.
Assistiamo quindi a un'inversione di tendenza, a una presa di coscienza? In realtà,no.
La società è cambiata, e ovviamente con essa la sanità e l'odontoiatria; non sempre gli strumenti di interpretazione e controllo sono cambiati con pari velocità, permettendo che si creassero zone grigie in cui chi ha voluto ha saputo prosperare e adesso rivendica presunti diritti acquisiti. Nel nostro settore alcune leggi hanno introdotto recentemente cambiamenti importanti: tra tutte, la legge sulla concorrenza e quella sull'informazione sanitaria. E' stata ridefinita la figura del direttore sanitario con l'obbligo dell'assunzione dell'unico incarico, e poi dell'iscrizione all'ordine competente per territorio ; la pubblicità sanitaria, che una interpretazione strumentale delle cosiddette liberalizzazioni voleva sostanzialmente considerare lecita sempre ,comunque e senza limite alcuno, è stata ridefinita e ricondotta in alvei più ristretti.
Quindi, da un lato aumento dei poteri di intervento e delle responsabilità, dall'altro strumenti legislativi innovativi e chiarificatori. Situazione ideale per rimediare a guasti avvenuti in passato che hanno dato spazio ai fenomeni degenerativi a cui tutti abbiamo assistito. Situazione ideale per ridefinire il campo di gioco, e quali fossero le regole. Dandogli forza e efficacia attraverso la massima condivisione, e con il coraggio di difenderne il senso profondo. Rivendicando ad alta voce il proprio ruolo, e mettendo in campo tutti i mezzi possibili per poterlo esercitare.
Assistiamo stupiti, negli ultimi giorni, a prese di distanza da decisioni assunte, a comunicati e delibere che in realtà sembrano pentimenti, o peggio richiami all'ordine; al tentare di demandare esclusivamente alle sensibilità individuali di chi ne ha la responsabilità la scelta tra lasciar correre, far finta di non vedere, o al contrario di intraprendere atti che avranno inevitabilmente conseguenze importanti.
Giustamente, ogni decisione presa dalle singole Commissioni è appellabile, contestabile, difendibile o cancellabile da altri organi statali; spesso per dare inizio alle azioni sono necessarie analisi che richiedono tempo, impegno, studio. A volte sono necessari interventi che non competono alla Commissione ma dipendono da altri organismi e richiedono l'intervento di regioni, comuni, Nas, procure, tribunali, authority ognuno con i suoi tempi e le sue priorità. In tempi di accellerazione mediatica, in cui la velocità di comunicazione è tutto, l'obbligo alla riservatezza ingenera tra i colleghi la sensazione di Commissioni inutili, impotenti, distratte, parziali, addirittura colluse.
In un sistema basato sul diritto romano e trasformatosi surrettiziamente in una sorta di “common law” anglosassone spesso bisogna attendere sentenze dei massimi organi istituzionali per dare applicazione a leggi che in realtà dicono già chiaramente quali sono le regole, e quando queste vengono violate. Diventa molto semplice da parte di chi vuole strumentalizzare per fini meramente economici queste difficoltà sminuire il ruolo dell'istituzione ordinistica, tentare di svuotarne l'importanza, attaccarla in toto o tentare di delegittimarne i rappresentanti.
Ma anch'essi sono Medici, e anch'essi giustamente non devono essere lasciati soli e sentono la necessità di una legittimazione politica nei loro atti; questa non è una debolezza, ma la dimostrazione plastica di quanto abbiano a cuore il proprio ruolo, e di quanto ne abbiano compreso l'importanza.
Giampaolo Damilano: presidente CAO Cuneo
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