Sentirsi uno sputo – espressione idiomatica, esprime una percezione di inferiorità, svalutazione, scarsa importanza, qualità che comunemente si attribuiscono alla saliva, liquido umile, un po’ volgare, apparentemente inutile. Rivalutata prima come fattore digestivo, poi con la crescente consapevolezza che una sua scarsa secrezione costituisce una vero e proprio quadro patologico – xerostomia, sindrome di Sjøgren - ora la saliva si propone come prezioso indicatore del funzionamento di tutto l’organismo e si candida a sostituire il sangue nel fornire importanti informazioni diagnostiche: in futuro, invece di chiederci il braccio per prelevare il sangue, i medici ci porgeranno forse un flacone dentro cui sputare.
Se ne parla già da un po’ di tempo e un recente numero del "Journal of Proteome Research" presenta uno studio in merito effettuato da tre gruppi di ricercatori appartenenti a cinque istituzioni americane: la Universityof Rochester di New York, lo Scripps Research Institute (La Jolla), la University of California a San Francisco, la University of California a Los Angeles e infine la University of Southern California, sempre di Los Angeles.
Anche se i dati sono stati confrontati per fornire indicazioni complessive e unitarie, ciascun team ha seguito approcci diversi per l’analisi della aliva, a conferma del fatto che si tratta di un liquido complesso, dalle numerose componenti e proprietà, con ancora molti segreti da rivelare.
Il processo digestivo è avviato da amilasi e lipasi. Lubrificazione, fonazione, protezione delle mucose orali sono alcune delle funzioni della mucina. L’integrità dei denti è favorita da staterine e istatine, che inibiscono la precipitazione del fosfato di calcio. L’attività antimicrobica è espletata da tutta una serie di componenti, come immunoglobuline, lattoferrina, lisozoma, lattoperossidasi, cistatine, ancora le istatine e alcune glicoproteine.
La regolazione del senso del gusto è data da una zincoproteina comunemente chiamata gustina. Esistono poi altre funzionalità più specialistiche, ma non meno importanti, come la capacità dell’inibitore proteasico del leucocita della secrezione (Slpi) di contrastare l’infezione da Hiv o quella delle proteine ricche in proline, che servono per legare i tannini presenti nel cibo e renderli meno irritanti per il tratto gastrointestinale.
Oltre a prodotti microbici, essudati delle mucose, fluido crevicolare gengivale e cellule epiteliali squamate, la saliva contiene le secrezioni di due tipi di ghiandole salivari: le maggiori e le minori. Per venire a capo di una tale complessità, gli studiosi americani si sono proposti di produrre un catalogo di tutte le proteine presenti nella saliva. Diversi gli strumenti tecnologici utilizzati: la spettrometria di massa, tecnica di elezione, è stata usata da sola o in combinazione con la cromatografia liquida e la ionizzazione elettrospray.
Ci si è serviti inoltre dell’elettroforesi mono o bidimensionale e della cosiddetta Maldi (matrix - assisted laser desorption ionization). Dopo aver operato in modo indipendente - nei criteri di scelta dei donatori, nelle procedura di raccolta dei campioni, nelle modalità di separazione delle componenti, nell’acquisizione e nell’analisi dei dati - i gruppi di ricerca hanno centralizzato i risultati ottenuti in un repository unico, gestito dagli elaboratori della University of California a Los Angeles.
Le proteine identificate sono state 1.166 e oltre un terzo di queste risultano presenti anche nel plasma sanguigno. Delle proteine totali, 914 risultano prodotte dalla ghiandola parotide, 917 da sottzomandibolare e sublinguale, con una sovrapposizione che indica come più della metà siano secrete da più di una ghiandola. Confrontandole con pathway noti, i ricercatori hanno cominciato a gettare un primo sguardo sulla funzione delle proteine fondamentali. Un risultato interessante è la notevole eterogeneità riscontrata nella composizione salivare dei vari donatori. Questo aggiunge un ulteriore fattore di complessità, ma suggerisce un approfondimento nell’esplorazione della variabilità proteica nelle diverse condizioni patologiche dell’organismo, alla ricerca di biomarker che possano essere utili a livello diagnostico.
Una naturale area di interesse riguarda certamente le malattie orali. Per esempio, alcuni polimorfismi della citochina IL-1 sembrano collegati a problemi parodontali; il livello della mucina MUC7 nei pazienti anziani è in grado di fornire previsioni sulla virulenza dello Streptococcus mutans.
Anche il cancro alle mucose orali è risulta correlato ad alterazioni negli elementi costituenti il fluido salivare. È tuttavia ben noto che salute orale e condizioni sistemiche sono strettamente connesse e da qualche tempo gli studi in merito si stanno moltiplicando, rendendo conto delle numerose e complesse relazioni che intercorrono.
Anche Paul Denny e i suoi colleghi si sono dunque proposti di fornire materiale utile a diagnosticare malattie sistemiche a partire dalla composizione salivare. Molti dati sono ormai acquisiti: è già in uso il test per l’Hiv effettuato a partire da campioni di saliva ed è altrettanto possibile una diagnosi di infezione da Helicobacter pylori.
Secondo gli autori del presente studio, i dati ottenuti suggeriscono che numerosi altri marker di patologie sistemiche possano essere presenti nella saliva: “pensiamo che la lista si espanderà ben presto fino a contenere indicatori di quelle patologie che causano oggi il maggior numero di decessi, come il cancro e le malattie cardiache che, se diagnoticate precocemente, possono essere trattate con maggiori probabilità di successo”.
GdO 2008; 11
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