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12 Maggio 2024

L’essenza e l’eredità di ''Cecco'': una guida da trasmettere alle nuove generazioni

di Massimo Gagliani


Il prof. Francesco Mangani con il prof. Massimo GaglianiIl prof. Francesco Mangani con il prof. Massimo Gagliani

Si è chiuso ieri il Convegno dell’Accademia Italiana di Conservativa e Restaurativa (AIC), trascinando con sé la costernazione per la prematura scomparsa di un Maestro di questa disciplina, il prof. Francesco Mangani.  

Ho avuto il privilegio di conoscerlo agli inizi della mia carriera, essendo lui uno degli allievi prediletti di un monumento dell’Odontoiatria italiana, il prof. Mario Martignoni.

Per noi è sempre stato Cecco, asciutto ed elegante nel tratto, coinvolgente nell’umorismo che aveva assorbito a Roma, essendo lui di orgogliose origini calabresi.  

Dal suo monumentale mentore aveva rubato, nel senso positivo del termine, ogni dettaglio: il rigore per il lavoro, la spasmodica ricerca della precisione e la rilevanza clinica della ricerca condotta.  

Lo ricordo protagonista di relazioni iconiche sul tema degli intarsi in oro, fatti da lui sembravano dipinti. Arricchì le successive presentazioni, negli anni, con casistiche endodontiche del massimo livello per poi virare sulle più moderne ricostruzioni eseguite con tecniche adesive.  

In lui sono convissute e si sono trasformate diverse epoche dell’odontoiatria moderna: dal metallo al composito, dalle regole geometriche per preparazioni cavitarie di rara esattezza alle procedure adesive degli albori di questa branca.  

Connettendo la pratica ricostruttiva con l’endodonzia, uno tra i pochissimi ad avere medesima eccelsa dignità su entrambi i fronti, interpretava nel senso più nobile lo spirito dell’Odontoiatria Conservatrice, ovvero di quell’odontoiatria proiettata a nobilitare il lavoro certosino di recupero di elementi dentali fortemente compromessi.  

L’essenza di Cecco, svolgere il mestiere nel senso rinascimentale del termine; una scienza nella sua accezione teorica, ma un’arte nella sua applicazione pratica, mutuando da Averroè lo spirito.  

Cecco era uomo di fatti, ben più equilibrato di quanto si potesse pensare; insegnando il suo essere ha trasmesso un modo di fare odontoiatria che ho la sensazione si vada perdendo. Un modo di essere medici del cavo orale scrupolosamente dedicati a salvare ogni scampolo di tessuto, duro o molle che sia, per scongiurare l’avvento di ogni rimpiazzo artificiale in titanio.  

Essendo stato anche Presidente dell’AIC, in un momento critico come quello pandemico, non ha mai smesso di perseguire quel traguardo ideale, il fine ultimo di una branca della medicina che, collocando il paziente al centro del percorso, desidera prevenire e preservare la salute di ciò che la natura ha fornito.  

I mezzi per giungere a questa meta devono essere conosciuti e praticati con scrupolo maniacale; non sempre si riesce, ma il fine non può essere eluso. In una conferenza meravigliosa avente come tema il percorso che l’Odontoiatria Conservatrice aveva compiuto in circa trent’anni – quelli più fertili, ovvero dalla seconda metà degli anni Ottanta ai primi dieci anni del nuovo millennio – Cecco dispose su un metaforico tavolo oggetti odontoiatrici paragonabili a gioielli e concluse con una frase di un omonimo Francesco che ben si attagliava alla sua indole di eccellente professionista : “Cominciate col fare ciò che è necessario, poi ciò che è possibile. E all’improvviso vi sorprenderete a fare l’impossibile” (San Francesco d’Assisi).  

Credo che questo monito possa fare da guida alle nuove generazioni di colleghi che vogliano ottenere una gratificazione nella professione, il prof. Francesco Mangani ne è stato un rappresentante illustrissimo.   Noi, amici e colleghi più stretti, abbiamo avuto la fortuna di imparare anche da Cecco, cogliendo sfumature umane di grande valore: sarà un obbligo morale ritrasmetterle, onorando così la sua memoria.


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