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22 Marzo 2017

Insuccesso implantare. Ecco le criticità che hanno causato la condanna di un clinico


L'insuccesso implantare rientra tra i rischi professionali dell'odontoiatra: molti i fattori che possono condizionarlo tra cui, ovviamente, l'errore del clinico.

La sentenza della Corte di Cassazione (10271/2017) con la quale viene confermata la condanna, penale, ad un dentista milanese per lesioni colpose inflitta in primo grado dal tribunale di Milano, può aiutare a capire quali e quanti possono essere i fattori che il giudice considera per condannare (in questo caso) il professionista e come questi non siano solo legati alla clinica.

L'intervento posto a giudizio è quello dell'inserimento di alcuni impianti nel mandibolare inferiore a supporto di una protesi rimovibile.

Stando a quanto pubblicato nella sentenza, il dentista avrebbe posizionato un impianto in maniera erronea provocando l'insuccesso anche a causa del "processo flogistico infettivo" derivato all'intervento. Successivamente avrebbe inserito una nuova fixtures di dimensioni sbagliate inclinandola eccessivamente e protesizzandolo senza attendere l'avvenuta guarigione ossea e senza aver rimosso i precedenti impianti già posizionati nell'osso che creavano problemi. Inserimento degli impianti nonostante il paziente lamentasse ancora dolore (possibile sintomo di una situazione settica ancora in corso) dal precedente intervento. Paziente che doveva poi rivolgersi all'ospedale locale dove gli è stato rimosso un impianto per evitare la frattura mandibolare.

Secondo il consulente di parte del Pubblico Ministero tutto era partito da una grave atrofia ossea mandibolare. La terapia proposta "opportuna e sicuramente indicata", si legge nella sentenza, avrebbe avuto successo laddove fossero stati inseriti in maniera corretta gli impianti. L'osso disponibile, continua il CTU, consentiva il posizionamento degli impianti con la corretta angolazione, cosa che non è stato fatto inoltre, continua il consulente, è stato posizionato un impianto estremamente lungo che era arrivato proprio alla base della mandibola e che, per la sepsi che si era creata, aveva determinato la necessità di essere rimosso presso una struttura ospedaliera. Secondo il consulente di parte del PM, il precoce insuccesso impiantare avrebbe dovuto imporre di procedere alla rimozione dell'impianto precedentemente inserito ed attendere la completa guarigione ossea. Solo successivamente si sarebbe dovuto procedere all'intervento di inserimento dei nuovi impianti per la stabilizzazione della protesi inferiore, cosa che non è avvenuta.

La Cassazione non ha giudicato le lesioni colpose solo sulla base delle questioni cliniche ma anche comportamentali. Tra tutte le carenze quelle d'informazione a partire dal consenso informato che, rilevano i giudici, era costituito da un modulo sottoscritto e datato dopo entrambi gli interventi, inoltre dal consenso informato firmato risultava che era stata prospettata al paziente una possibilità di successo variabile tra l'85% ed il 90% (cioè una probabilità di successo ben superiore a quella - intorno al 30%, quanto al primo intervento, e, intorno al 75%, quanto al secondo intervento - come affermato dal consulente di parte).

Ed infatti il giudice di primo grado, condannando il dentista, aveva evidenziato come il professionista avesse sottoposto il paziente ad un duplice intervento di implantologia senza preventivamente informarlo dell'elevato rischio di insuccesso, soprattutto riferito al secondo intervento, e senza gestire correttamente la presenza di un fenomeno flogistico infettivo che causava per impiantite.

Questione quella della mancata informazione attraverso il consenso informato che rappresenta, per i giudici, una mancata procedura formale che, si legge sempre nella sentenza, "esige che il medico debba prospettare al paziente, per iscritto, i rischi concreti del trattamento sanitario che va a porre in essere".

Nor.Mac.

 
 

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