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17 Gennaio 2020

Quando il rapporto fiduciario con il paziente va in crisi

Il racconto di un caso di odontoiatria legale consente alla dott.ssa Maria Sofia Rini di portare alcune considerazioni sul rapporto fiduciario medico paziente


Una giovane avvocatessa in preda, nel 2012, ad un improvviso blocco articolare, si rivolge ad un ortodontista della sua città, che cerca di intervenire con difficoltà mediante una terapia con bite e risultati poco soddisfacenti.
Dopo tre mesi senza miglioramenti, propone un trattamento ortodontico per risolvere il Disordine Temporo Mandibolare considerata anche la mal occlusione di I classe.  

Denti e tessuti orali non necessitano di terapie conservative, il 1.6 è devitalizzato e portatore di corona protesica e il 2.6 risulta trattato endodonticamente.

Quindi non risultano proposte terapiche al riguardo.

Dopo due anni di terapia intensa e un consulto con un esperto, il trattamento viene dichiarato a termine, ma da finalizzare e rifinire, a detta del professionista, con un ulteriore anno di cure ortodontiche. 

Nel 2015 l’avvocatessa sente ancora i denti non allineati, accusa dolori, ma il professionista la tranquillizza proponendole una protesizzazione massiva dei quattro quadranti da canino a settimo, definendo tale trattamento “atraumatico ed esteticamente al top”, tacendo sulla necessità di fisiologici rinnovi nel tempo. Il trattamento endodontico interessa 6 denti in buone condizioni cliniche, ma non modifica il quadro sintomatologico ed estetico della paziente.  

Nel 2016 la finalizzazione di corone in zirconia monolitica rompe il delicato sistema di equilibrio: dolori più violenti e insopportabili, permane l’instabilità occlusale, compare una forte sensibilità termica e le corone cominciano a decementarsi.

Nel giugno 2018 la paziente si rivolge a un secondo professionista, che le attesta una complessiva erronea progettazione e realizzazione di tutte le terapie effettuate. 

L’avvocatessa si rende conto che ben 18 denti sono stati monconizzati e sacrificati senza ragioni cliniche, che 10 denti presentano importante rizolisi e che è ancora presente un DTM da dislocazione anteriore bilaterale del disco articolare solo in parte recuperabile, per il quale le viene applicato un bite da tenere 24 ore su 24, con grave nocumento alla sua attività professionale. 

È innegabile che in tale vicenda, complessa e ricca di elementi non solo di natura tecnico-clinica, si pongano importanti problemi etici, morali e di correttezza professionale che interessano l’intera categoria dei medici.

L’avvocatessa sospetta interventi guidati da un dato meramente economico. Al di là del costo finale di 45.000 € e del danno, poi risarcito, il dato rilevante è come siano state effettuate terapie economicamente guidate, in assenza di qualsivoglia supporto scientifico di riferimento.  Competenza e professionalità impongono, in primo luogo, valutazioni diagnostiche preliminari, il rapporto di cura odontoiatra-paziente deve essere di fiducia e affidamento.

Ma nella vicenda narrata tutto assume mere valenze economiche, che uccidono medicina, odontoiatria e, soprattutto, il rapporto fiduciario con il paziente. 

Maria Sofia Rini, presidente OeLLe Accademia Italiana di Odontoiatria Legale  

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