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29 Novembre 2024

Hiv, i dati sono ancora importanti ma non rappresenta più una emergenza

Grazie alle nuove terapie si può svolgere una vita normale senza mettere a rischio gli altri. L’infettivologo: i farmaci impediscono la trasmissione del virus, ma ancora troppi i pregiudizi anche tra medici e sanitari   

Nor. Mac.

Aids dentista

In occasione World Aids Day che si celebra domenica primo dicembre, è l’Istituto Superiore di Sanità a fornire un quadro della situazione nel nostro paese.

Citando i dati de Centro Operativo Aids, viene indicato come nel 2023 siano aumentati, dopo il picco negativo del 2020, le nuove diagnosi di Hiv in Italia tornando vicini ai livelli pre Covid, L’aumento più significativo dopo il 2020 è stato rilevato nella fascia di età 40-49 anni e nella trasmissione eterosessuale. Il numero più elevato di diagnosi è da vari anni attribuibile alla trasmissione sessuale: nell'ordine, a maschi che fanno sesso con maschi (MSM) (38,6%), maschi eterosessuali (26,6%) e femmine eterosessuali (21,1%).Nel 2023 più di un terzo delle persone con nuova diagnosi HIV ha effettuato il test HIV in seguito alla presenza di sintomi o patologie correlate all’HIV e un quinto lo ha effettuato in seguito a comportamenti sessuali a rischio di infezione.Il numero complessivo di persone che vive con l’infezione da HIV in Italia è stato stimato intorno a 140.000 (120.000-160.000) con tasso di prevalenza pari a 0,2 per 100 residenti. 

“Ma grazie alle nuove terapie”, commenta Anna Teresa Palamara che dirige il Dipartimento Malattie Infettive dell’Iss, “l’Aids non rappresenta più l’emergenza sanitaria di qualche tempo fa, ma non dobbiamo spegnere i fari su questo problema. Occorre lavorare sulla prevenzione, soprattutto tra i giovani”. 

Intorno alle persone affette da HIV continua, invece, ad esserci molto pregiudizio e discriminazione, anche tra gli stessi professionisti della salute, anche odontoiatri.  

Massimo Cernuschi, infettivologo, presidente Associazione Solidarietà Aids, in occasione della mostra fotografica Ri-scatti ha ricordato come l’HIV continua a rappresentare una delle sfide più complesse per la salute pubblica, sia a livello nazionale che globale, ma “oggi l’HIV si cura, si previene e le persone positive possono vivere una vita normale, anche sessualmente, senza mettere a rischio gli altri”.  

Il dott. Cernuschi evidenza come, oggi, i farmaci impediscono che la malattia progredisca, che venga trasmessa, i progressi scientifici hanno trasformato il virus in una condizione cronica e gestibile, come evidenziato dal principio “U=U” (Undetectable equals Untransmittable), secondo cui una persona in terapia stabile da almeno sei mesi con carica virale non rilevabile non può trasmettere il virus.  Nonostante questo, dice, si deve ancora combattere la paura, lo stigma, il voler vedere la persona HIV positiva contornato dall’alone viola della pubblicità di fine anni ’80, anche tra gli operatori sanitari sottolinea il dott. Cernuschi, ricordando casi simili a quello dell’odontoiatra che si era rifiutato di curare un paziente positivo. 

Il vero pericolo, spiega, è l’ignoranza. “La nostra società vive ancora con i luoghi comuni e le paure legate all’AIDS e non solo nelle persone comuni ma anche in ambito sanitario e medico.  Capita ancora di raccogliere denunce di pazienti che non vengono visitati perché positivi o vengono discriminatati. In una riunione del CTS al Ministero della salute, in cui ero presente come membro della sezione del volontariato per la lotta contro l'Aids, sono stati presentati dati in ambito oncologico che indicano come il paziente affetto da HIV ha un tasso di mortalità superiore ad un paziente non sieropositivo ma non perché l’HIV ha delle interazioni negative sulla malattia tumorale, perché quei pazienti sono stati curati con meno attenzione, meno frequentemente degli altri”. 

“A volte –continua il dott. Cernuschi- mi trovo a seguire pazienti in uno stato avanzato d’infezione che potevano essere trattati in fase inziale se gli fosse stato consigliato di effettuare il test. In pazienti sani tra 45-50 anni con sintomi da polmonite, per fare un esempio, tra gli esami da consigliare non si deve escludere quello dell’HIV. Alcuni colleghi non sanno della possibile interazione altri invece hanno timore di consigliare il test perché il paziente potrebbe sentirsi giudicato e questo è rischioso, per il paziente stesso ma anche per gli altri. In caso di positività, oggi, i farmaci consentono una vita normale per sé stessi e per gli altri, poi ci sono anche terapie preventive talmente efficaci che consentono rapporti sessuali non protetti senza rischi”.  

“Oggi si deve combattere lo stigma non solo verso le persone in terapia per HIV, si deve lavorare per eliminare la paura di essere giudicati se si fa il test, se si chiede di seguire una profilassi preventiva e questo vale anche per i miei colleghi medici ed i sanitari in genere”, conclude Cernuschi.   



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