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14 Febbraio 2011

Il delitto di via Carlo Poma

di Cosma Capobianco


L’ultimo caso che ha riportato le lesioni da morso nella cronaca nera è un delitto per il quale è stata appena emessa la sentenza di primo grado. Il 7 agosto del 1990 una giovane impiegata, Simonetta Cesaroni, fu uccisa con 30 coltellate in un ufficio di via Carlo Poma a Roma. Dopo anni di oblio il caso si è riaperto, quando i periti del giudice hanno affermato che il morso sul seno sinistro è compatibile con l’arcata dentale di Raniero Busco, all’epoca fidanzato della vittima. Raniero Busco si è sempre proclamato innocente, ma il tribunale, sulla base di una serie di prove, lo ha dichiarato colpevole. Il caso è stato affidato a Emilio Nuzzolese, odontologo forense, che è stato nominato perito della difesa. Gi abbiamo rivolto alcune domande.

Nella tua attività di perito, quanti casi di lesioni da morso ti è capitato di affrontare e quante volte hai potuto indicare con ragionevole sicurezza una corrispondenza tra lesioni esaminate e dentatura del sospetto aggressore in base al solo esame morfologico?
Nella mia attività forense ho affrontato tutte le tipologie di morsi umani, svolgendo accertamenti sia sulla vittima sia sull’aggressore, che si sono rivelati un utile completamento delle indagini, contribuendo alla individuazione del colpevole, sia direttamente sia attraverso l’esclusione degli altri sospettati. Il solo esame morfologico è sufficiente a confermare l’origine dentale e umana della lesione.
L’individuazione di corrispondenze e di compatibilità richiede, invece, un’approfondita analisi tecnica, non solo della lesione, ma anche della dentatura dei sospettati. I riscontri valutativi sono condizionati dal reato ipotizzato e dalle opportunità di svolgere i rilievi tecnici sul soggetto.
Per esempio in un cadavere, insieme con il patologo forense, è possibile eseguire tutti i rilievi: dalle fotografie digitali con diverse fonti di luce, alla dissezione dell’area per l’osservazione con sistemi di ingrandimento.
Inoltre, si deve sempre ricordare che un bitemark non riproduce l’impronta dei denti sulla cute, bensì rappresenta la sua reazione vitale al trauma subito. Ecco perché i morsi inferti dallo stesso soggetto potranno lasciare tracce e segni differenti, comunque in grado di permetterne l’individuazione attraverso metodiche informatizzate di analisi morfometrica di compatibilità applicate su tutti i sospettati.

Alla luce delle attuali conoscenze sulla loro affidabilità e della tua esperienza, quale valore probatorio possono avere i bitemark?
La possibilità di svolgere tutti i necessari rilievi tecnici sia sulla vittima sia sui sospettati rendono estremamente affidabile questo accertamento medico-legale. Tuttavia, a differenza di altre scienze di analisi, esistono alcuni limiti che dipendono dalla qualità e dalla quantità di informazioni oggettivamente ottenibili, spesso però conseguenti all’opportunità per l’odontoiatra forense di intervenire tempestivamente. In ogni caso l’attività di un perito odontoiatra potrà essere coadiuvata dal patologo forense, nel rispetto delle reciproche competenze, con grandi vantaggi nei riscontri valutativi soprattutto nell’ambito, per esempio, della genesi temporale della lesione.
Resta sempre imprescindibile l’adeguata preparazione: improvvisazioni o rilievi incompleti possono mettere a rischio il reale valore probatorio dei bitemark e compromettere le indagini. Su quest’ultimo aspetto non nascondo qualche timore, poiché in Italia, rispetto ad altri Paesi, non c’è una reale selezione per chi si iscrive all’albo dei consulenti tecnici d’ufficio e all’albo dei periti presso i tribunali.

Che cosa puoi dirci dell’ultimo caso che ti è stato affidato come consulente della difesa, il famoso delitto di via Poma?
Senza entrare nei dettagli tecnici del caso, posso dire che è uno di quelli in cui la presenza di un morso sul corpo della vittima è determinante per stabilire l’innocenza o la colpevolezza di un sospettato. È stato sicuramente difficile comparare la dentatura dell’indagato - a troppi anni di distanza - e la lesione da morso che non ho potuto esaminare direttamente sulla vittima. L’operato degli altri periti dentisti ha individuato una compatibilità tra il morso e la dentatura di Raniero Busco nel 2008. Purtroppo, nell’agosto 1990 non fu richiesto un accertamento da parte di un perito odontoiatra con tutte le conseguenze in ordine alla affidabilità tecnica sia dei rilievi di allora sia delle valutazioni comparative di oggi. Proprio l’esiguità dei dati avrebbe dovuto scoraggiare la valutazione comparativa con un solo soggetto. Secondo quanto ho rilevato e sulla scorta degli stessi dati tecnici a disposizione dei periti già intervenuti, posso comunque escludere che il morso sia stato inferto da Raniero Busco. Le caratteristiche dentali e il tipo di segni che Busco avrebbe lasciato nell’atto di addentare per mordere sono stati analizzati secondo le procedure suggerite dall’American Board of Forensic Odontology, l’organo che certifica gli odontoiatri forensi negli Usa. Mi preme evidenziare come i colleghi Pretty e Bowers hanno dimostrato di recente che l’analisi di un morso umano può portare a pareri tecnici discordanti quando il grado di soggettività del perito sia preponderante e i dati a disposizione ricavati da rilievi tecnici siano insufficienti per quantità o qualità.

Un commento sulla sentenza di via Poma?
La sentenza traduce una complessa attività d’indagine. Solo la lettura delle motivazioni permetterà la vera comprensione di quegli elementi che hanno portato a ritenere Raniero Busco colpevole.
Tuttavia, sotto il profilo tecnico, resto fermamente convinto delle valutazioni odontologico-forensi che ho espresso nella mia attività di perito. I segni sul seno possono essere ascritti a un possibile morso laterale, che ho provveduto a dimostrare. La valutazione tecnica, peraltro sconsigliabile in questo caso per qualità e quantità di dati, permette comunque di escludere la dentatura di Raniero Busco, a fronte della pur discordante sua condanna.

GdO 2011;1

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