Più volte abbiamo parlato dei fondi integrativi e del loro impatto in un settore, quello odontoiatrico, caratterizzato nel 90% dei casi dal rapporto diretto tra dentista libero professionista e paziente - rapporto che vale circa 4 miliardi di euro l’anno e che spesso è il fattore che porta gli italiani a rinunciare o posticipare le cure odontoiatriche. Il dipartimento di Scienze economiche dell’Università di Bologna in collaborazione con la Fondazione Unipolis (Gruppo Unipol) ha recentemente promosso una serie di ricerche sul futuro del Welfare.
Una di queste ha cercato di avanzare una proposta di revisione del finanziamento dell’offerta dei servizi odontoiatrici attraverso i fondi integrativi. Una proposta decisamente alternativa agli attuali modelli che stanno nascendo dopo l’emanazione della legge sul secondo pilastro dell’assistenza sanitaria.
“Un lavoro” ci spiega Giovanni Maria Mazzanti, professore del dipartimento di Scienze economiche dell’Università di Bologna, uno degli autori della ricerca “che nasce da due distinte considerazioni. Una legata al fatto che esiste una quota di bisogni in ambito odontoiatrico che non trova una risposta sopratutto per via della difficoltà dei cittadini di autofinanziarne i costi, dall'altra le novità legislative introdotte con i fondi integrativi, obbligati, oggi, a fornire anche prestazioni odontoiatriche”.
Siete partiti fotografando la domanda e l’offerta di prestazioni odontoiatriche.
In Italia, circa il 90% della spesa per le cure odontoiatriche è privata e in gran parte direttamente a carico dei pazienti, cioè non calmierata con meccanismi assicurativi come avviene in altri paesi europei. In questo contesto crescono le diseguaglianze nell’accesso ai servizi anche a causa della crisi economica. Anche per questo in Italia si sono diffusi rapidamente nuovi soggetti imprenditoriali che investono nel settore, alcuni provenienti dall’estero, e il fenomeno del turismo odontoiatrico.
Tra i fattori che hanno permesso un facile sviluppo di questi nuovi soggetti, avete evidenziato anche la parcellizzazione delle strutture odontoiatriche italiane.
Quella di essere marcatamente parcellizzata, ma di qualità, è un dato storico dell’odontoiatria italiana. Un problema che abbiamo letto nei termini di quelle che sono le dinamiche di cambiamento che interessano oggi il mercato nazionale: il franchising estero, le società di capitale, il low-cost e il turismo odontoiatrico. Questi fenomeni sono indubbiamente fattori di disturbo e di cambiamento. Il fatto di riorganizzare l'offerta dando una maggiore rilevanza anche alle forme associate e integrate degli studi, a nostro avviso, può essere elemento che permette di trovare una risposta a una pressione di concorrenza che altrimenti rischierebbe, in un prossimo futuro, di penalizzare fortemente la libera professione.
Partendo da questo quadro, quale è l’evoluzione ipotizzata del mercato, dal punto di vista dell’offerta e della domanda?
Questo elemento di elevata parcellizzazione, sul lato dell'offerta e della domanda, a nostro avviso, pone l'esigenza di una maggiore organizzazione.
Sul lato dell’offerta consente di affrontare con successo le sfide dei prossimi anni; da quello della domanda la possibilità di poter aumentare l'accessibilità al servizio.
Oggi vi è una parte della popolazione che nonostante abbia necessità di cure odontoiatriche non va dal dentista perché non ci sono ammortizzatori che attutiscano la solvenza diretta verso il professionista. In Italia sono minimali le forme organizzate di terzo pagatore, a differenza di quanto avviene negli altri paesi europei.
Nell’ottica di agevolare la popolazione nell'accesso alle cure i fondi integrativi aperti potrebbero dare un aiuto.
Perché specifica “aperti”?
Oggi nel nostro paese sette milioni di persone aderiscono ai fondi sanitari integrativi e con l'introduzione delle modifiche legislative avranno anche accesso alle cure odontoiatriche finanziate, in toto oppure in parte, dai terzi paganti.
Ma a oggi l'offerta dei fondi rimane legata a un contratto di lavoro. E per chi non è dentro al mondo del lavoro permangono la difficoltà nell’accedere alle cure.
Con la nostra ricerca abbiamo approfondito le ricadute di un fondo territoriale aperto per quanto riguarda l'assistenza odontoiatrica. I fondi aperti sono peraltro previsti dalla nostra legislazione fin dal 1992 con la cosiddetta riforma Bindi.
Per fondo aperto intendiamo un fondo con adesione volontaria che permetta di accedere a una assistenza integrativa anche a tutti quei lavoratori atipici, precari e sopratutto i lavoratori autonomi.
Un fondo che risponde a quella necessità di assistenza integrativa del Ssn.
E come sarebbe organizzato?
Sono numerose la possibilità su cui ci si può orientare. Noi ne abbiamo ipotizzate diverse ma con un ruolo pubblico prettamente marcato proprio perché volevamo ragionare su interventi integrativi virtuosi rispetto al servizio pubblico. Un modello che si fonda su una rinnovata integrazione tra pubblico e privato nell’offerta di servizi sanitari.
Oggi l’assistenza sanitaria, attraverso i Lea odontoiatrici, è diversificata da Regione a Regione. Una offerta integrativa nazionale comporterebbe delle sovrapposizioni tra offerta pubblica ed offerta privata.
Da qui la proposta di un fondo territoriale aperto gestito dalla Regione che indica prestazioni e soggetti coperti dai LEA e quelle extra LEA finanziati dal fondo. In questo modo si avrebbe una perfetta integrazione tra offerta pubblica ed offerta privata evitando il rischio, concreto con un fondo impostato su base nazionale, che l’assistenza offerta non sia integrativa ma sostitutiva.
Quindi la Regione programma l’assistenza da finanziare attraverso i fondi?
La Regione è il soggetto che deve programmare gli interventi in tema di salute, in questo suo ruolo dovrà definire con chiarezza quale è l’intervento pubblico ed a quali soggetti è rivolto. Una volta stabilito questo indicherà quali dovranno essere le caratteristiche di un pacchetto integrativo, non solo odontoiatrico, che sarà gestito attraverso i fondi. Fondi non solo legati al contratto di lavoro ma su base volontaria da parte dei cittadini ai quali dovranno essere concessi vantaggi fiscali. Noi proponiamo una deduzione e non una detrazione come avviene oggi in modo da renderli fiscalmente convenienti anche per i redditi medio bassi. Se l'obbiettivo del legislatore, attraverso i fondi, è quello di incentivare la salute pubblica anche gli incentivi fiscali devono essere coerenti con questo obiettivo.
Un modello alternativo all’attuale?
No. Una evoluzione dell’attuale modello dei fondi integrativi basato esclusivamente sul contratto di lavoro che punta ad ampliare l'offerta dei servizi sanitari ai cittadini ma sulla base della loro condizione lavorativa.
I fondi territoriali aperti, invece, rivolgendosi ai cittadini sulla base dell'adesione volontaria, rappresentano uno strumento più coerente con quella che è la situazione complessiva del nostro modello di welfare con un coinvolgimento più forte, e sicuramente rinnovato ed innovativo, del finanziatore privato. In questo senso vanno le linee guida adottate all’Unione Europea che nel ripensare alle forme di finanziamento dei vari SSN incentiva il ruolo di assistenza privata attraverso i fondi integrativi.
I gestori dei fondi saranno le assicurazioni e gli erogatori i dentisti privati?
Non è detto. È ovvio che nelle assicurazioni troviamo buona parte delle professionalità necessarie ma anche gli attuali gestori dei fondi sono soggetti che saranno qualificati a gestire la sanità integrativa. Ovviamente dovranno essere introdotte norme di controllo e di qualità che possano dare garanzie ai cittadini. Anche per quanto riguarda gli erogatori di prestazioni non è obbligatorio che siano esclusivamente quelle private ma anche le pubbliche finanziate dai gestori dei fondi. Si dovrà poi lavorare anche dal punto di vista della sicurezza dell’assistenza superando le attuali logiche di accreditamento.
Oggi esistono di fatto regole diverse per chi offre salute: quelle a cui devono sottostare tutte le strutture sanitarie per essere autorizzate all’esercizio, principalmente basate su parametri strutturali, e quelle per coloro che vogliono essere accreditate dal SSN. Noi proponiamo un'unica autorizzazione per tutte le strutture sanitarie che si basi sui modelli strutturali ed organizzativi garantendo ai cittadini che tutte le strutture, accreditate e non, offrano prestazioni e servizi di qualità sul piano logistico, tecnologico e della trasparenza.
Un sistema che uniformi le regole e che di fatto costringerà molti studi ad accorparsi migliorando, di conseguenza, non solo i servizi offerti ma anche la loro competitività sul mercato rispetto ai nuovi concorrenti.
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