Meritocrazia, lotta al baronato, miglioramento dell’efficienza. Questi alcuni degli obiettivi della riforma Gelmini. O, almeno, sulla carta: perché ancora mancano decreti attuativi e copertura finanziaria che serviranno a realizzare il dettato della manovra e perché è ancora da capire se il provvedimento sarà realmente in grado di incidere in questa direzione.
Per cercare di analizzare l’impatto della riforma e mettere a nudo i problemi ancora sul tavolo - almeno per quanto riguarda le facoltà mediche - è stata organizzata a fine novembre a Milano una tavola rotonda, dal titolo “Formazione, ricerca, sviluppo. Il ruolo e le sfide del sistema universitario”, a cui hanno partecipato, tra gli altri, Virgilio Ferruccio Ferrario, preside della facoltà di Medicina dell’Università degli studi di Milano, che ha promosso l’evento, Paolo Corradini, dell’Istituto dei tumori di Milano, Walter Tocci, membro della XIV commissione permanente della Camera (Politiche Ue).
Ad aprire la tavola rotonda, secondo quanto racconta al GdO Giovanni Lodi, odontoiatra e ricercatore dell’università degli Studi di Milano, Virgilio Ferruccio Ferrario, che ha posto in primo piano il problema dei fondi, sempre di meno di anno in anno, e del progressivo assottigliarsi del corpo docente, a seguito di pensionamenti e blocco del turn over. Un fenomeno, segnala Ferrario, che potrebbe incidere sulla qualità della ricerca e della didattica, per altro fiore all’occhiello di una facoltà come quella di Milano, ai primi posti nella classifica di rating internazionale.
Parlando della riforma, è stato sottolineato, in particolare da Alberto Mantovani, prorettore alla ricerca dell’Università degli Studi di Milano, il risvolto positivo rappresentato dall’accentuarsi del principio meritocratico: il provvedimento intende valorizzare il meccanismo che lega ai risultati del singolo docente o dell’università una porzione più o meno ampia del budget. Si tratta di un sistema che era stato progettato già in precedenza e che trova il suo fulcro nell’Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca, una struttura unica su tutto il territorio che deve entrare completamente a regime.
Ma al di là dell’impostazione meritocratica, quello che un po’ da tutti è stato sottolineato è che la riforma non sembra disegnata per favorire le specialità mediche. Una realtà, come messo in luce da Paolo Corradini, sui generis, innanzitutto per la forte impronta interdisciplinare e lo stretto rapporto di interconnessione con il Servizio sanitario regionale e nazionale. Il problema, fa notare Ferrario, è che il sistema alla base della riforma sposta la gestione della facoltà dalle strutture centrali al dipartimento. Una logica che, se può andare bene in alcuni settori, mal si adatta all’ambito medico, che richiede, al contrario, un grande lavoro di coordinamento. È importante, infatti, che vi sia una figura, come quella del preside, che svolga una funzione di mediazione e di unione tra le istanze del servizio sanitario, di decisori politici e assessorato, di ricerca e didattica.
Un altro problema, osservato da Walter Tocci, è il pericolo che potrebbe derivare per l’autonomia dell’università dall’entrata nel consiglio di amministrazione di elementi esterni, che rappresentano interessi economici e politici. Una logica per altro, denuncia Tocci, frutto dell’idea che il privato sia meglio del pubblico: ma perché, viene sottolineato, l’amministratore delegato di una realtà industriale dovrebbe ottenere risultati migliori rispetto a chi ha dedicato tanti anni al settore universitario?
Stefano Zappari, primo ricercatore Cnr e autore del libro “I ricercatori non crescono sugli alberi”, ha spostato invece l’attenzione su questo profilo professionale, mettendo in luce il rischio che si vada verso una sempre maggiore precarizzazione. Il problema, infatti, è che non esisterà più un inserimento a tempo indeterminato, ma contratti della durata di tre anni, rinnovabili per altri tre. A quel punto, l’unica strada, per chi avrà mostrato maggiori meriti, sarà diventare professore associato. Il provvedimento però non fa i conti con la mancanza di fondi delle università, che in molti casi non avranno la possibilità economica di regolarizzare il ricercatore.
I dubbi hanno investito anche la norma che elimina l’obbligo di una borsa di studio ogni tot dottorandi: vista la disponibilità economica delle università, fa notare Elio Franzini, past-president della facoltà di Lettere e filosofia dell’università degli Studi di Milano, si finirà per non vederne più.
E in effetti, è il commento di Giovanni Lodi, se è vero che su 170 norme, di punti condivisibili ce ne sono per forza, il nodo rimangono le risorse finanziarie a copertura della riforma. E d’altra parte la decisione è politica. La ricerca ha un costo elevatissimo, ma altrettanto elevato è il valore che porta allo stato: non è un mistero la correlazione tra Pil e investimenti in ricerca. Si tratta allora di decidere se università e ricerca sono elementi del sistema paese su cui si vuole puntare, anche perché i risultati che portano sono a lungo termine e non sono spendibili nell’immediato. Ora non resta che stare a vedere come la riforma verrà declinata nei decreti attuativi, ma anche come le singole università realizzeranno nei regolamenti il suo dettato.
GdO 2011,3
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