Gentile direttore
Mi permetto di “celebrare” attraverso Odontoiatria33 il Requiem (?) per la Medicina Odontoiatrica.
È morta, sì è morta. So già che, fra qualche rigo o qualche giorno, mi contraddirò, ma ora desidero suonare la campana a morto per la Medicina, in specie per la Medicina Odontoiatrica.L’episodio che mi deprime e che mi urge raccontare è, in sé, banale: una telefonata; di un paziente, un ex-paziente. Il soggetto in parola (chiarisco subito: degnissima persona) mi chiede se il mio studio sia tuttora convenzionato come in passato con un certo “terzo pagante” (uno dei FSI, Fondi Sanitari Integrativi già esistenti ma rilanciati dal Decreto Bindi di riforma del sistema sanitario nel 1999); ed io spiego che abbiamo disdettato la convenzione perché quel FSI era poco corretto; non gli dissi che, oltre i disguidi amministrativi (ritardo nei pagamenti elevato a sistema) pretendeva che fornissimo gratuitamente la “pulizia” annuale ai pazienti/clienti.
Devo entrare nel dettaglio, e spiegare che la scelta fatta nel nostro studio è quella di rendere la detartrasi - la terapia parodontale iniziale, meglio - il fiore all’occhiello dello studio; nel senso che viene somministrata dalla dott.ssa Cassata che ne fa il punto di partenza di tutta la programmazione e la base delle attività di prevenzione primaria e secondaria; come effettivamente dovrebbe essere; e dedica, nella migliore delle ipotesi, 45 minuti alla poltrona al Paziente.
È impensabile fornire gratuitamente questa prestazione; proprio perché, a regime, e per fortuna, in molti Pazienti rimane l’unica prestazione somministrata a fine di mantenimento. Né mancano i Pazienti che ce lo riconoscono in un meraviglioso feed-back spontaneo; è di pochi giorni addietro una chiacchera con un padre di famiglia che mi diceva: “da quando seguiamo le vostre indicazioni non abbiamo più avuto problemi di denti”; è per questo che lavoriamo, no, colleghi?
Ma tornando alla telefonata “causa mali tanti”, racconto all’interlocutore che in seguito alla nostra disdetta avevamo perduto alcuni pazienti, mentre altri avevano continuato a frequentare lo studio avvalendosi del rimborso indiretto, continuando ad affidarci la gestione della loro salute orale; insomma, questi ultimi “ci” avevano scelto piuttosto che aver scelto la convenzione; e si “affidavano”, ponevano in noi la loro fiducia.
Ora, una scelta del genere – che dà la priorità alla fiducia reciproca piuttosto che all’immediato risvolto economico– deriva solo da un legame forte tra medico e paziente, legame che in termini di Bioetica viene definito di “collaborazione”, e descritto quasi poeticamente come “incontro tra una fiducia ed una competenza”. Ma certo non può e non deve essere imposto; mentre già da decenni si teorizza il rapporto definito “commerciale” e “del fucile in affitto” tra medico e paziente; modelli di comportamento nei quali il medico si propone attraverso la pubblicità con accentuazione degli aspetti economici o, reciprocamente, il paziente cerca il medico in base ad un programma terapeutico prestabilito (“quanto mi costerebbe un impianto?”); e questi rapporti, ignobili dal punto di vista bioetico, sono perfettamente legittimi dal punto di vista giuridico. Il mio interlocutore, in maniera ammetto molto delicata, mi comunica che, visto che aveva la necessità di una visita (“ricorda che sua moglie mi aveva avvertito che quel certo dente andava curato?”) avrebbe “sperimentato” – è il termine da lui usato – questa strada per lui nuova; avrebbe cioè prenotato una visita presso uno studio convenzionato; ma, mi ha assicurato, continua a mantenere tutta la stima e la simpatia nei nostri confronti e “non esclude” di tornare in futuro ad avvalersi dei nostri servizi. L’ho ringraziato per la franchezza ed ho iniziato, 36 ore fa, a riflettere sull’accaduto.
Confesso che, nella mia pochezza, ho ricordato le tante volte che avevamo aperto lo studio fuori orario per venire incontro alle esigenze particolari sue e della sua famiglia … a che pro? A che pro, soprattutto, non aver fatturato questi fuori programma? Ma questo è un ramo secco del pensiero, tiremm innanz.
La scelta del signore in parola è lecita, legittima, non contestabile. Ma qual è il significato vero, recondito?
Sarà ora opportuno ricordare che il “disposto combinato” della liberalizzazione introdotta con i Decreti Bersani della seconda metà degli anni ’90 ed il grande incremento dei FSI già citati ha modificato geneticamente la Medicina in generale, e quella Odontoiatrica in particolare, spalancando le porte a nuovi operatori, a nuove forme di rapporto professionale, a nuove relazioni etiche tra Medico e Paziente; questa è la lettura da tirar fuori dal mio fatterello.
Il Medico, Medico non lo è più o almeno non è considerato tale, bensì un “operatore specializzato sanitario” col quale stabilire da cliente (perché il termine “paziente” non è più adeguato) un rapporto contrattuale nel senso civilistico del termine; e la prova indiretta ce la fornisce la Legge 24/2017 che oggi attribuisce per ragioni pragmatiche (ma solo nelle strutture ospedaliere) la relativa responsabilità ex art. 1218 CC alla struttura e non al professionista. Certo, in questa mutazione anche noi abbiamo le nostre colpe; ed inoltre i cambiamenti sociali e storici rendono forse inevitabili le scelte e le prese d’atto del legislatore e dell’amministratore.
Che tristezza, però. Anche se il mio interlocutore dovesse tornare, come farò a vederlo di nuovo come “Paziente” e non come semplice “cliente”? Come tale pronto a trasformarsi in controparte legale in un contenzioso sempre più frequente?
O cosa pensare del professore di liceo, espressione elitaria di cultura, che per anni mi coccola affermando il suo orgoglio di avere un dentista così colto ma, quando scopre che la convenzione non è più attiva, scompare senza aver la forza morale di comunicarcelo, come invece ha saputo fare l’altro?
Comprendo da solo che il mio è solo uno sfogo, una riflessione a caldo tradotta in parola scritta, fortemente influenzata dalla emozione piuttosto che dalla ragione; e francamente non mi sentirei di affermare che questa sia la generalità concreta nei rapporti curante/assistito; però sulla questione bisogna riflettere, e salvare il salvabile della nostra professione.
Dott. Francesco Spatafora
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