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30 Settembre 2007

Durata di "esercizio" degli impianti

di Anna Maria Melica


Numerosi fattori, ampiamente studiati e documentati, sono in grado di condizionare la durata degli impianti. Si tratta di elementi di natura biologica, tecnica o metodologica come la qualità e la quantità del sito osseo ricevente, i carichi masticatori, le sovrastrutture protesiche, la qualità dell’igiene orale o le abitudini viziate e così di seguito. Gli impianti sono tuttavia degli “oggetti” e come tali non sono esenti da problemi intrinsecamente meccanici di rottura correlati al materiale costitutivo e costruttivo.

Il problema, che comporta anche risvolti medico-legali nell’ambito della responsabilità civile degli odontoiatri, riguarda quindi la previsione della durata media o durata d’esercizio dell’impianto.
M. S. Rini, E. Sandrini e D. Betti nel loro lavoro “Considerazioni in merito alla durata degli impianti” (Dental Cadmos 5/2007) analizzano questi particolari aspetti della valutazione della durata delle riabilitazioni non solo protesiche in senso tradizionale, ma anche implantari e prendono in esame l’eventuale necessità di un rinnovo dopo un presumibile tempo medio d’esercizio.
Per quanto riguarda il periodo di durata media di una protesi fissa si ammettono, in un’ottica risarcitoria, rinnovi che sono mediamente riconosciuti ogni cinque-otto anni per le riabilitazioni metallo-acriliche e ogni dodici anni per i manufatti in metallo-ceramica. Questa valutazione si adatta anche alla componente protesica della riabilitazione implantare mentre tema di riflessione rimane il tempo di esercizio dell’inserto endosseo.
Da un punto di vista medico-legale l’interesse nasce in relazione al principio della risarcibilità del danno futuro, cioè quello di sicuro accadimento, rispetto all’ipotesi di un danno correlato alla mera possibilità della necessità di rifacimento o rinnovo protesico a cui non corrisponde alcuna forma di ristoro economico.
Da un punto di vista clinico il problema risulta complesso, infatti le varibili presenti in vivo sono molto numerose e non esistono studi longitudinali tali da poter definire statisticamente in modo scientifico l’influenza delle componenti biologiche e meccaniche che determinano il tempo di durata dell’impianto.

Deve essere considerato innanzitutto il principio inderogabile della correttezza di progettazione e applicazione insieme al concetto del comune destino riguardo le strutture dentarie naturali che gli inserti sostituiscono. Il miglioramento qualitativo dei materiali e le nuove tecniche implantari e protesiche sono tali da assicurare una durata di esercizio almeno sovrapponibile a quella della radice del dente naturale.
Si richiama comunque l’attenzione sul fatto che tutte le considerazioni esposte in termini di durata devono essere strettamente riservate all’ambito risarcitorio medico-legale e non possono essere traslate automaticamente sul piano clinico riabilitativo, dove verrebbero a costituire una distorta forma di “garanzia” di durata da prospettare al paziente.
In conclusione, alcune considerazioni sulla meccanica della frattura: da un punto di vista ingegneristico si può affermare che “la durata nel tempo di un manufatto, per qualunque scopo sia esso concepito, dipende intimamente dallo stato di sforzo e che tale stato può portare al fallimento (meccanico) in un tempo più o meno lungo, in funzione dell’intensità del carico stesso”.

GdO 2007; 13

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