Portare un cognome che è quasi un marchio, trovarsi in un ambiente ostile provenendo da uno ancora più ostile e, nonostante tutto, trovare il coraggio di aiutare chi ha già il biglietto pronto per la camera a gas. È la storia di Miklos Berger, una delle tante che riaffiorano da un passato che sembra così lontano, ma che non dobbiamo mai considerare irripetibile. Citando Primo Levi, è la storia di un "salvato" che ha salvato altri evitando loro di scomparire tra i "sommersi". Ce la racconta, in occasione del Giorno della Memoria, Mario Berger, odontoiatra, che ha seguito la professione del padre.
Come e perché tuo padre arrivò in Italia?
Mio padre Miklos arrivò in Italia nel 1934 perché in Ungheria le leggi razziali già impedivano agli ebrei di accedere all'università, mentre in Italia questo non era ancora in vigore. Per completare gli studi di medicina e la specializzazione in odontoiatria, frequentò i corsi prima a Brescia e poi a Bologna. Si stabilì quindi a Faenza, dove nei primi tempi della professione di odontoiatra, ebbe come paziente quella che sarebbe diventata mia madre. Proprio nel 1938, anno delle leggi razziali, si sposarono con rito cattolico.
Come visse l'avvento del fascismo fino all'arrivo delle leggi razziali?
Gli anni fino al 1938 furono un periodo di intensa attività professionale accompagnata, ovviamente da stati di angoscia sia per il suo futuro che per quello della sua famiglia. Con la promulgazione delle leggi razziali cambiò radicalmente lo stato interiore di mio padre e di mia madre. Il nome di mio padre da quel momento fu inserito negli elenchi dei nominativi ebraici richiesti dal regime. Fortunatamente, a Faenza, si era guadagnato la fama di persona buona, attenta ai bisogni dei pazienti e soprattutto di chi non poteva permettersi di pagare. Per questo era ben voluto dalla popolazione e dalle istituzioni del territorio, sia civili sia militari.
Mia nonna paterna Agnese (Agnuka), venuta varie volte in Italia prima delle leggi razziali, non professava la religione ebraica e questo aiutò non poco mio padre a non essere considerato ebreo. Lo status familiare di mio padre, avendo oltretutto sposato un'ariana, fu oggetto di varie interpretazioni da parte degli uffici competenti del tempo, che alla fine furono motivo della salvezza sua e della sua famiglia. Ciò nonostante, mio padre conobbe l'onta della proibizione di esercitare la libera professione di odontoiatra e, nel 1944, gli fu negata la facoltà di esercitare con tutto quello che è possibile immaginare. In quel periodo lavorò, non come titolare, nello studio di un amico collega.
Tuo padre è uno dei Giusti, per aver salvato la famiglia De Benedetti. Come ci riuscì?
Premetto che sono venuto a conoscenza di questi avvenimenti solo pochi anni fa, grazie a uno scritto del professor Cesare Finzi di Ferrara, pubblicato in un giornale locale, in quanto mio padre, né in famiglia né fuori, ha mai fatto cenno a queste cose. La famiglia De Benedetti arrivò a Faenza in fuga da Ferrara, dove era già stata inserita nelle liste per la deportazione. Le rappresaglie anti- ebraiche e i rastrellamenti erano particolarmente cruenti.
A Faenza questa famiglia era in amicizia con il notaio Sciuto, con il quale mio padre si trovava spesso a prendere un caffè e a fare due chiacchere al bar dell'albergo Corona, allora in voga.
Mio padre, con l'aiuto di alcuni suoi pazienti, impiegati all'ufficio anagrafe del Municipio di Brisighella, si adoperò per procurare loro documenti falsi. Fu così che la famiglia De Benedetti riuscì a imbarcarsi per la Palestina nel 1944. Si può immaginare quello che rischiava una persona già "schedata", decidendo di fare certe cose. Quest'anno, in occasione della "Giornata della Memoria" ho avuto il piacere di conoscere il signor Israel De Benedetti che all'epoca della fuga verso la Palestina era un ragazzino e oggi è un uomo ancora molto attivo che ricorda tutto con precisione.
Conoscendo il carattere di tuo padre e le tante difficoltà da lui attraversate, che cosa direbbe oggi nella situazione di crisi in cui ci troviamo?
Penso che risponderebbe con la pipa in bocca, tenendosela con una mano: "Si è vissuto troppo al di sopra delle nostre possibilità, si sono enfatizzate le frivolezze e si è data poca importanza alle cose vere e fondamentali. In altre parole si è dato più importanza all'apparire che all'essere!".
cosma.capobianco@tin.it
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