La settimana della ripresa, con prudenza, è stata quella delle anticipazioni della stampa delle tanto attese indicazioni ministeriali sulle procedure che gli studi odontoiatrici dovranno adottare in questa Fase 2.
Indicazioni invocate fin da quell’8 marzo quando il presidente Conte decretò il lockdown in tutta Italia ed i dentisti dovettero imparare a gestire le emergenze in sicurezza. Ma per certi versi già anticipate a fine febbraio, dalla CAO Nazionale, dalla Federazione delle CAO lombarde e via via da società scientifiche, associazioni, sindacati appena l’emergenza era scattata in alcune provincie del Nord.
Così come capita per un film o un libro atteso, di cui ne senti tanto parlare, leggi recensioni, ascolti commenti ed anticipazioni, e quando hai modo di vederlo o leggerlo pensi: tutto qua? Non perché non sia all’altezza, ma perché nel frattempo sapevi già tutto, ti sei perso la sorpresa.
E così è capitato anche per le indicazioni ministeriali che gli studi odontoiatrici dovranno seguire in questa Fase 2 dell’emergenza coronavirus, molti i commenti alla bozza del documento hanno sottolineato: “ma cosa che c’è di nuovo?”.
Mettete pure che io ho vissuto la nascita di queste indicazioni cliniche attraverso le anticipazioni, indiscrezioni che ricevevo chiedendomi la riservatezza, o che pubblicamente alcuni dei componenti dei tavoli che hanno contribuito a stilarle hanno anticipato nei tanti eventi online organizzati, e quindi nel leggerle non mi hanno trovato sorpreso. Ma chi le ha trovate “scontate” chiedo: ma cosa vi aspettavate?
Quali indicazioni diverse da quelle che nelle settimane precedenti erano state indicate come utili per prevenire il contagio, avrebbero potuto essere inserite?
Lo aveva chiaramente spiegato il prof. Enrico Gherlone ad Odontoiatria33, le indicazioni non fanno altro che indicare le procedure validate scientificamente per prevenire il contagio da coronavirus per il Team odontoiatrico ed in pazienti.
Certo, magari per certe operazioni con meno aerosol si poteva sperare di utilizzare procedure meno dispendiose di tempo o DPI, ma alla fine non sarebbe stato tanto diverso, e la sicurezza sarebbe stata adeguata? E se invece pretendete di più, nessuno impedisce di farlo. Mi direte allora che le aspettavate -anzi le aspettate visto che il documento ufficiale mentre scrivo questo DiDomenica non è ancora stato ufficializzato- per capire quali erano le indicazioni da rispettare per non incorrere in rischi medico legali, anche in tema di sicurezza sul lavoro.
Giusto, lo ha spiegato in settimana in modo chiaro su Odontoiatria33 l’avvocato Maria Maddalena Giungato parlando delle responsabilità del datore di lavoro: se si rispettano le indicazioni difficilmente, anche in caso di contagio, qualcuno potrà rivalersi. Cose diversa se le indicazioni non fossero state emanate.
Ma basta questo per giustificare questa attesa?
Credo di no. Ho l’impressione che l’attesa per queste indicazioni siano state vissute come “una scusa” per ritardare l’apertura, per meglio capire il rischio e forse anche prendere tempo per cercare di abituarsi alla paura. Non che prima il rischio contagio in studio fosse nullo, però tutti i dati sui morti, questa epidemia amplificata e spesso trasformata dai media in un “grande fratello sanitario”, ha forse preso alla sprovvista anche chi, con il rischio infezioni, dovrebbe essere abituato a convivere: voi medici.
Grande fratello mediatico che ci ha anche aiutato a capire la reale gravità della situazione rendendoci, tutti noi cittadini, più responsabili.
Michele Cassetta, ieri, in un interessante evento on-line organizzato dall’Ordine di Bari ha informato come nel 1968 una pandemia partita, anche quella volta dall’Asia, fece in Italia 20mila morti, pandemia di cui, ha ricordato Michele, sembra non ricordarsene nessuno. Ma al tempo non c’erano le conferenze stampa giornaliere della Protezione Civile con “il contatore” dei morti in tempo reale.
Tornando alle indicazioni ministeriali, certo che oggi più che mai è importante capire come interpretare le regole imposte dalle norme e dal virus, ma non per cercare di aggirarle con il nostro solito estro italico nell’interpretarle.
Non so se è solo una mia impressione. Solitamente quando vengono indicate delle regole tra le prime domande poste si chiede: chi controlla, quali sono le sanzioni?
In questo caso non mi sembra sia successo, perché sapete bene che se tenti di “semplificare”, rischi di ammalarti e di fare ammalare i tuoi collaboratori, i tuoi pazienti e quelli che gli stanno o ti stanno vicino. Quindi credo che già oggi, in attesa della versione ufficialissima, si possa archiviare la questione indicazioni ministeriali: saranno quelle 66 pagine anticipate, con qualche minima integrazione che non andrà a modificare o stravolgere la regola, ma solo a chiarirla meglio.
Ora viene però il difficile: adattare le procedure previste alla “vita” di tutti giorni del vostro studio.
Vedendola con occhio burocratico, la prima operazione da fare sarebbe quella di modificare il vostro Dvr a quanto indicato. In tempi passati vi sareste collegati al sito della vostra associazione di riferimento, avreste scaricato i fac-simile messi a disposizione, compilato con dati del vostro studio, stampato, fatto firmare ai collaboratori e riposto in un cassetto. Con molta probabilità senza quasi neppure leggerlo.
Me quella era un’altra era. Il Dvr -ovvero il manuale in cui avete raccontato l’organizzazione del vostro studio dal punto di vista della sicurezza sul lavoro- precedentemente considerato come inutile documento burocratico creato solo per questioni legali viene oggi considerato dal titolare di studio un utile percorso per studiare come riuscire a tornare a lavorare senza rischiare di ammalarsi e fare ammalare. Quindi non sottovaluterei i consigli che Sindacati e CAO hanno dato in questi giorni: studiate il documento ministeriale (o i Dvr messi a disposizione dalle Associazioni che si dovrebbero basare su quel documento a cui hanno contributito ad elaborare) ed adattatelo alle vostre singole realtà e quando siete in dubbio, seguite il buon senso.
Uno studio con pochi pazienti da gestire in un giorno avrà meno difficoltà a garantire distanza sociale e turnazione di pazienti di quanto potrà avere un grosso studio che, peraltro, per coprire le spese ha necessità di fare “girare” molti pazienti. Ma lo studio “grosso” potrà meglio gestire le ore di lavoro ed il personale in più che probabilmente serviranno.
Ognuno avrà le proprie esigenze e soluzioni.
Ed è questa la vera sfida verso la quale, oggi, i dentisti italiani sono chiamati a dover gestire: organizzarsi secondo le indicazioni che garantiscano la sicurezza, imparare a seguire i nuovi protocolli, a lavorare “protetti” come un RIS a motivare il paziente.
Il ritornare all’attività graduale può servire anche a questo, ad abituarsi con calma al nuovo modo di svolgere la vostra professione senza sapere se questo sarà per molto tempo o per pochi mesi.
Certo, poi, ci sono i problemi immediati, quelli pratici: problemi di DPI che non si trovano e che costano un “botto”, i tempi necessariamente dilungati per trattare e dimettere un paziente che faranno lievitare i costi oltre alla visione incerta del futuro. Ma su questo si può lavorare. Il problema dei DPI è ipotizzabile sia momentaneo, una volta che la produzione si sarà tarata sulle necessità del mercato cominceranno a scendere anche i prezzi ed i magazzini saranno nuovamente pieni. Con il tempo la nuova gestione del paziente diventerà routinaria e il maggior tempo necessario si riuscirà gestire in maniera più “produttiva” di quando sembri ora. L’importante è cominciare a ripartire.
Il tempo per preoccuparsi, purtroppo, arriverà dopo.
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