Sarebbe sbagliato considerare i programmi elettorali dei vari partiti in competizione come ininfluenti per l’odontoiatria. Certamente è vero che non c’è nulla di specifico sulle questioni odontoiatriche, qualche accenno ad una revisione dei Lea ma non è detto che interessino l’odontoiatria e poi comunque andrebbero al massimo a dare una risposta ai bisogni di chi, comunque, non può permettersi neppure il dentista low-cost. Un po’ meglio sul fronte della tutela della libera professione anche se più verso le garanzie nei confronti del committente (leggi norme su equo compenso che comunque sono escluse per i rapporti con i cittadini), specialmente per i rapporti con banche ed assicurazioni.
Ci sono, però, delle tematiche che a seconda di come verranno declinate in normative potranno incidere anche sulle settore.
Ovviamente a seconda del modello di assistenza sanitaria che verrà sostenuto, e dove saranno destinati i fondi del PNRR, saranno indirettamente condizionate le scelte dei pazienti anche in tema di dentista a cui rivolgersi, oltre che di possibilità di spesa.
Nei programmi si parla di sostenere l’assistenza territoriale, delle Case della salute, ma in che modo? Se il modello sarà quello lombardo (che da decenni è governato dalla coalizione che secondo gli analisti vincerà le elezioni) probabilmente si punterà sui Gruppi sanitari privati accreditati già presenti ed organizzati sul territorio con molti poliambulatori che offrono più tipologie di assistenza, odontoiatrica inclusa. Tema centrale sarà poi la questione della sanità integrativa, fondi ed assicurazioni. Verrà regolamentata come vorrebbe il settore odontoiatrico o si punterà ancora di più ad una gestione diretta di Fondi ed Assicurazioni indirizzando lavoratori e non solo all'adesione?
Ovviamente il nuovo Governo, sui temi di sanità pubblica, potrà solo dare linee di indirizzo, la Sanità è regionale, ma stabilendo i finanziamenti e le regole su vari temi, condizionerà le scelte delle Regioni. E poi c’è il tema degli eventuali tagli alla Sanità, magari anche solo indiretti. Tutti i partiti sostengono di voler potenziare i finanziamenti alla SSN, però si deve capire dove troveranno i fondi, visto il nostro mostruoso debito pubblico, sopratutto se si cercherà di diminuire le tasse.
Perché gli odontoiatri italiani dovrebbero preoccuparsi se il SSN riduce o migliora l’offerta assistenziale, visto che l’assistenza odontoiatrica è già oggi marginale e molto probabilmente continuerà ad esserlo anche dopo il 25 settembre?
Perché più i cittadini saranno costretti a rivolgersi a strutture private per ottenere quelle prestazioni che prima ricevevano dal pubblico, più saranno costretti a scegliere dove investire il budget destinato alle cure: visita cardiologia, risonanza magnetica o detartrasi.
Problemi di budget che si manifesta anche se vengono modificate le regole per ottenere le detrazioni delle spese sanitarie.
Nei giorni scorsi il Ministero dell’Economia e delle Finanze ha reso pubblici i dati sulla spesa sanitaria degli italiani riscontrata attraverso le richieste di detrazioni inserite nelle dichiarazioni dei redditi 2021 (anno d’imposta 2020).
A beneficiare delle detrazioni per spese sanitarie sono stati più di 18 milioni di cittadini per una spesa di quasi 17 miliardi di euro. Le spese conteggiate, spiegano dal MEF, sono quelle sanitarie, incluse quelle per i portatori di handicap e per l’acquisto di cani guida, ma senza considerare le spese sostenute per l’acquisto di medicinali e di dispositivi medici, nonché le prestazioni sanitarie rese dalle strutture pubbliche o da strutture private accreditate al Servizio Sanitario Nazionale.
Confrontando i dati con il 2020 (anno d’imposta 2019) si nota un calo evidente sia dei contribuenti che hanno richiesto detrazioni che di conseguenza della spesa totale portata in detrazione. Circa 3,3 miliardi di euro in meno, dato certamente positivo per le casse dello Stato visto che meno detrazioni comporta un aumento del gettito. La causa, ammette il MEF, probabilmente è dovuta dalla modifica della normativa sulle modalità di pagamento che dal 2020 consente la detrazione nella misura del 19% delle spese sanitarie sostenute dai privati solo se pagate con sistemi di pagamento tracciabili. Quindi “i distratti” che hanno pagato in contanti, come si ipotizzava, non hanno potuto detrarre quanto sarebbero potuto fare.
Considerando il numero complessivo di contribuenti che hanno effettuato delle spese sanitarie detraibili nel 2020, la spesa media pro-capite, a livello nazionale, è stata di 910 euro.
Tra i dati presentati dal MEF anche quello della correlazione tra classe di reddito e spesa sanitaria. Ovviamente più il contribuente ha un reddito elevato, tanto più si rivolgerà al privato per ottenere cure o servizi che dal pubblico o non può ottenere oppure li otterrebbe con lunghe attese.
Secondo i dati del MEF, coloro che hanno un reddito tra i 15mila e i 20mila euro sostengono una spesa sanitaria media di 790 euro l’anno. Coloro che dichiarano redditi tra 50 e 55mila euro beneficiano d’una spesa sanitaria detraibile in media pari a 1.240 euro l’anno, mentre chi vanta un reddito sopra i 300mila euro spende in media 2.840 euro l’anno.
E le spese odontoiatriche?
Ovviamente sono conteggiate tra questi 16.764.760 euro portati in detrazione da 18.380.259 contribuenti, ma il MEF non rende disponibile il dato disaggregato per tipologia di prestazione, anche se attraverso il StS potrebbe indicare quanto i cittadini hanno speso dal dentista.
Grazie alle stime del Centro Studi ANDI su dati Istat illustrate a Rimini nel maggio scorso, la spesa odontoiatrica degli italiani si aggira intorno agli 8 miliardi di euro, quindi circa la metà (molto a spanne perché ricordavo prima mancano dati certi) di quanto gli italiani hanno speso in cure, farmaci e diagnostica. Spesa odontoiatrica che possiamo certamente ipotizzare sia ai primi posti se non al primo, delle spese degli italiani in tema di cure.
Non sappiamo certo, e non credo sia neppure stimabile, il budget che gli italiani destinano alle cure, sappiamo però che in periodi di crisi (reale o temuta) tendono a privilegiare quelle non rimandabili. Quindi se saranno costretti a dover decidere verso quali cure spendere, probabilmente decideranno di ridurre quelle odontoiatriche non urgenti.
Per Associazioni e Sindacati dopo il 25 settembre ci sarà nuovamente da lavorare per cercare di guidare le scelte politiche ma anche per fare capire ai cittadini che non si va solo dal dentista per un problema, perché rimandando oggi la visita e la prevenzione si dovrà spendere molto di più domani.
E come avvenuto in passato, il rischio sarà quello di rimanere inascoltati... da entrambi.
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