Non è la prima volta che esprimo la mia impressione (che vale indubbiamente poco) sulla riforma dell’accesso ai corsi di laurea in Medicina, Odontoiatria e Veterinaria: in realtà cambia poco e (forse) non tutto in meglio. Secondo il comunicato stampa della Ministra Anna Maria Bernini dell’11 marzo scorso, pubblicato subito dopo l’approvazione della prima parte della legge di riforma, questa avrebbe consentito di superare il numero chiuso e dire addio ai test d’ingresso “che per troppo tempo hanno spento i sogni e le ambizioni di tanti ragazzi”.
Ma dall’applicazione pratica dettagliata nell’ultimo Decreto (al link il nostro approfondimento), non sembrerebbe proprio così. Il numero programmato rimane, e l’accesso libero è previsto solo per il primo semestre propedeutico ai test.
I test passano da uno a tre, uno per ciascuna materia del primo semestre. Effettivamente non si chiamano più “test”, ma “prove d’esame”, anche se si tratta comunque di domande fisse (31 per esame, uguali in tutta Italia), e la valutazione (risposte esatte, non date e sbagliate) ricalca quella dei vecchi test. Le prove si svolgeranno, come prima, in contemporanea su tutto il territorio nazionale.
Rimane la graduatoria unica nazionale, con l’aggravante che ciascuna delle tre prove avrà due appelli, distanziati di 15 giorni, sempre in contemporanea nazionale. Quindi – ma è una mia supposizione – la graduatoria sarà ufficializzata al termine dei due appelli (cioè dopo i sei esami). Non è specificato se lo studente potrà partecipare a entrambi gli appelli e utilizzare il punteggio migliore, oppure se potrà sostenere un solo esame. Ipotizzo questa seconda opzione.
Per la Ministra, questa riforma supera anche la criticità dei ricorsi che avevano caratterizzato i vecchi test di ammissione. Speriamo, anche se l’impressione è che gli avvocati troveranno comunque molti spazi per contestare e ricorrere.
Una novità positiva, rispetto al precedente sistema, è l’obbligo di scegliere un solo corso di studi, indicando poi un corso affine a cui ci si vuole iscrivere se non si entra a quello prescelto. Prima si poteva scegliere due corsi (uno come prima scelta, ad esempio Medicina, e uno come seconda, Odontoiatria). Quindi, a Odontoiatria dovrebbero accedere solo gli studenti realmente motivati, e non quelli esclusi da Medicina che la sceglievano come ripiego, per poi abbandonarla se l’anno successivo riuscivano a entrare a Medicina.
Altro punto a favore della riforma, sottolineato dalla Ministra, riguarda i costi per le famiglie che il vecchio sistema avrebbe comportato: “Basta a quella pletora di corsi di preparazione privati e costosi che hanno condizionato l’ingresso a Medicina sulla base del reddito e non del merito”, diceva la Ministra Bernini.
In realtà, l’aspirante dentista, per accedere al vecchio test, pagava circa 100 euro. Poi, se voleva, frequentava corsi a pagamento altrimenti si preparava da solo. Negli ultimi anni, il Ministero offriva materiale informativo gratuito che permetteva di evitare l’acquisto del famoso libro con le domande e risposte dei test precedenti.
Con il vecchio sistema, chi non superava il test poteva decidere autonomamente cosa fare del proprio futuro: andare all’estero, iscriversi a un Ateneo privato, ad un Ateneo statale o rinunciare.
Ora invece – ed è il cardine della riforma – l’aspirante studente, per sostenere l’esame che lo posizionerà in graduatoria, dovrà per forza iscriversi al primo semestre, pagando quindi la retta universitaria (da capire se intera o solo per il primo semestre). Certamente questa è ridotta o gratuita in base all’ISEE familiare, ma chi ha un figlio all’università sa che l’importo da versare è ben superiore ai 100 euro precedenti.
Il fatto di dover pagare la retta universitaria, e non solo i 100 euro di iscrizione al test, comporterà – ipotizzo – una notevole riduzione del numero di aspiranti medici, dentisti e veterinari. E questo è probabilmente un bene ed agevolerà gli Atenei nella gestione delle “folle” che si iscriveranno al semestre libero. Probabilmente vedremo ridursi di molti il numero di 60mial aspiranti medici e dentisti, chi pensava “ci provo tanto per provarci” rinuncerà vista la spesa necessaria. Altri sceglieranno di tentare il test tradizionale in un Ateneo statale che offre il corso in lingua inglese oppure in un Ateneo privato e, se ammessi, magari proveranno a trasferirsi dopo qualche anno in uno statale. Altra soluzione andare direttamente all’estero.
Un aspetto positivo è che, se al termine del semestre si superano i tre esami (raggiungendo almeno 18/30), nel caso non si entri in graduatoria in una posizione utile, quegli esami saranno considerati validi anche per l’iscrizione al corso “affine” scelto, a cui il futuro medico, odontoiatra o veterinario sarà iscritto e potrà continuare a frequentare.
Ma gli aspiranti dentisti, a quali corsi affini potranno iscriversi se non entreranno a Odontoiatria?
Questi sono quelli indicati nel Decreto Ministeriale per il prossimo anno accademico:
Lauree per le Professioni sanitarie
I più attenti avranno notato che manca l’unica laurea veramente affine a Odontoiatria: quella in Igiene Dentale. Manca anche quella, un po’ meno affine ma comunque rilevante, in Osteopatia.
La norma prevede che i corsi di laurea affini per le professioni sanitarie debbano avere un rapporto tra iscritti al primo anno e posti disponibili, riferito all’anno accademico precedente, inferiore a 0,9. Il corso in Igiene Dentale, a quanto pare, non rientra in questo parametro.
Vedremo se almeno su questo punto, il Ministero apporterà modifiche.
Intanto, voi quale corso affine scegliereste?
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Nota: immagine creata con IA
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