Egr. Direttore,
Non vi è dubbio che le “lenzuolate” bersaniane di circa dieci anni fa abbiano liberalizzato molti settori della nostra economia (servizi bancari, assicurativi e notarili, telefonia ed altri), portandoci semplificazione ed economicità, ma altrettanto non vi è dubbio che nel campo delle libere professioni non hanno fatto altro che instaurare un mercato dove l’unica parola d’ordine diventa quella della “concorrenza”, unico regolatore delle tariffe professionali.
Esiste, soprattutto in campo medico, una “asimmetria informativa” tra professionista ed utente che necessita, per tutelare il secondo, di un controllo dello Stato o di organi da lui delegati. La legge affida agli Ordini professionali proprio questo ruolo. Non sempre in passato essi sono stati all’altezza del compito, tanto da sembrare piuttosto custodi dei privilegi degli iscritti, o portavoce acritici delle scelte politiche del momento, ma da questo a privarli quasi del tutto di poteri regolatori sulle tariffe e sulla pubblicità ci corre. Invece, è quello che è successo.
Per i liberi professionisti poco o nulla è cambiato nei rapporti con i clienti singoli (la concorrenza esisteva anche prima, seppure sotto forme che oggi ci sembrano preistoriche), mentre nei rapporti con i “contraenti forti”, quali banche, assicurazioni, enti pubblici è cambiato tutto. Avvocati, commercialisti, geometri, ingegneri, architetti e numerose altre categorie devono sottostare, pur di lavorare con loro, a contratti capestro e a retribuzioni da fame. In questo mercato al ribasso si sono purtroppo particolarmente distinti gli Enti pubblici, quali comuni, province, regioni e ministeri. Circa un anno fa questi professionisti scesero in piazza per rivendicare il diritto ad un equo compenso, dopo la notizia che alcuni enti pubblici avevano approvato bandi con la previsione per il progettista di un compenso addirittura pari a zero. Il risultato di tale mobilitazione fu che l’equo compenso venne inserito nella Legge di Bilancio 2018. Nei mesi successivi si sono organizzati convegni, scritti articoli, vi sono state iniziative di legge regionali, ma tutto oggi è come prima, in attesa delle norme attuative, che come al solito si fanno attendere.
Nel frattempo alcuni comuni hanno continuato a presentare bandi per lavori per i quali non era previsto alcun compenso. La stessa Guardia di Finanza della Liguria ha pubblicato una gara che prevedeva punteggi più alti a chi si offriva “a titolo di gratuità” (ItaliaOggi 3 dicembre 2018). La stessa Guardia di Finanza che non accetta le nostre rare prestazioni gratuite in quanto sospetta forme di “evasione fiscale”. Trasferendo queste vicende nel mondo odontoiatrico, di tale posizione di forza contrattuale, in un mercato iperliberalizzato ma asfittico, si sono giovate le grandi strutture, più o meno organizzate in Catene Dentali, sia intraprendendo campagne pubblicitarie aggressive basate su uno spesso solo apparente risparmio economico, sia dilatando le competenze, ma non le responsabilità, del direttore sanitario, sia proponendosi come datori di lavoro agli odontoiatri appena usciti dall’università o con modeste prospettive di lavoro nei propri studi.
Mentre sulla pubblicità e sul direttore sanitario molto si sta facendo, grazie al fatto che i nuovi vertici ordinistici e sindacali hanno abbandonato la dannosa autoreferenzialità del passato, rimane da percorrere il versante del compenso per quei colleghi che non sono titolari di studio, ma lavorano come dipendenti o finti autonomi nelle grandi strutture o presso le Catene dentali, con retribuzioni modeste e con tutele pressoché inesistenti. Questo problema deve essere affrontato e risolto, non solo per garantire a questi colleghi una professione decorosa, ma anche perchè l’equo compenso ha un risvolto importante dal punto di vista previdenziale. La tenuta del nostro sistema pensionistico e assistenziale si basa su una solidarietà intergenerazionale che prevede che i giovani abbiano retribuzioni tali da sostenere sé stessi e, nello stesso tempo, i pensionati. Una riduzione importante del loro reddito medio porterebbe a far saltare l’intero impianto previdenziale.
Discorso a parte meriterebbero i Fondi Sanitari Integrativi, il cui ingresso nel settore odontoiatrico sta creando più problemi di quanti ne risolve. Ma anche in questo caso, se porteranno all’accettazione di compensi professionali al ribasso, la categoria odontoiatrica potrebbe trovarsi ad avere redditi modesti e quindi tutele previdenziali ed assistenziali a rischio. Tutta da dimostrare la maggiore economicità per i cittadini: nel caso delle Catene dentali le loro tariffe si avvicinano sempre più a quelle degli studi tradizionali, perlomeno quando si vuole accedere a prestazioni decenti.
Nel caso dei Fondi integrativi le leggi statistiche attuariali non consentiranno nel medio-lungo periodo di sostenere il sistema con gli attuali modesti contributi lavorativi e si arriverà ben presto a coperture di spesa odontoiatrica con cifre superiori, alla portata solo di poche, fortunate e benestanti categorie.
Dottor Renato Mele: Rappresentante toscano nella Consulta ENPAM della libera professione
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