L’esperienza della dott.ssa Patrizia Biancuci: “il tetto di cristallo esiste ma le donne devono saper puntare i piedi per romperlo, ma anche riuscire a fare cambiare i retaggi culturali, e non solo in odontoiatria
Gentile Direttore, ho letto con interesse i commenti delle mie colleghe presidenti CAO, Sandra Frojo di Napoli e Marcella Pavese di Asti, riguardo la composizione delle CAO provinciali pressoché tutte al maschile; 8 presidenti donne su 106 CAO è un numero talmente improbabile da richiedere una riflessione più ampia rispetto al solito patriarcato tirato in ballo ad ogni piè sospinto, e non solo in odontoiatria, e ritenuto colpevole dello scarso numero di donne ai vertici.
Conosco bene la questione di genere avendo coordinato per anni la Commissione Pari Opportunità dell’Ordine di Torino a partire dal 2006, dalla quale mi sono in seguito allontanata perché satura di sentire un disco rotto, con lamentele continue, senso di frustrazione, scarsa o nulla assunzione di proprie responsabilità da parte delle mie colleghe, accuse di “maschilismo” imperante peraltro inutili ai fini di una reale cambio passo, che alla fine mi riportava alla memoria la famosissima frase pronunciata da Tancredi, nipote del principe Fabrizio Salina “Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi” nel celebre romanzo “Il Gattopardo” di Giuseppe Tomasi di Lampedusa.
Le opinioni delle mie due colleghe mi trovano d’accordo, ma mi sarei aspettata un riferimento alla propria storia personale: come hanno fatto a diventare presidenti CAO? Da dove sono partite? E una volta arrivate ai vertici, come sono state accolte dai colleghi maschi? Hanno notato in che modo vengono trattate, se con riguardo o con sufficienza, come dire “vi abbiamo dato il contentino, ma attente a non interferire nelle nostre decisioni”?
Invece io voglio parlare della mia storia istituzionale, come consigliere dell’OMCeO Torino e come componente CAO. Premesso che sono una donna sola, non ho mariti, amanti o protettori, mi sono cresciuta un figlio spendendo patrimoni per tate, scuola privata (all’Istituto Sociale lo tenevano tutto il giorno) e baby sitter, ho lavorato sempre e anche lontano da casa, ho fatto sindacato cominciando negli anni ’90 con il prof. Bracco nel SUSO, sono entrata nel consiglio dell’ANDI Torino dal quale sono stata “invitata” a uscire per lasciare il posto ad altri, ho “barattato” in quell’occasione l’ingresso nella CAO, ho organizzato numerosi eventi onorando così il mio ruolo al fianco del presidente, ad ogni nuova elezione per il rinnovo delle cariche istituzionali ho portato centinaia di voti, la maggior parte dei quali a titolo personale e non solo a “rimorchio” delle associazioni di categoria.
Agli occhi degli altri una donna vincente, sempre sorridente e senza lamentele da femminuccia, volitiva, audace, amata da alcuni e odiata da altri. Eppure quando alle ultime elezioni si è trattato di conferire le cariche, la vice presidenza della CAO non è andata a me che l’avrei meritata a tutto tondo, ma è andata all’ultimo degli eletti e questo per mantenere equilibri e buoni rapporti sindacali.
In quel momento ho capito due cose: la prima è che il tetto di cristallo esiste e questa è la responsabilità dei maschi, sempre solidali tra di loro nei giochi di potere da spartire tra di loro; la seconda è stata che, dopo tante fatiche, dedizione, impegno e lealtà, non sono stata capace di puntare i piedi ribellandomi, pretendendo il dovuto come mi era stato promesso, e dunque mea culpa per non aver trovato la forza di sfondare quel tetto.
Vorrei che la mia testimonianza sia utile alle colleghe per decidere cosa vogliono, come ottenerlo, fare rinunce come fanno gli uomini, sapendo che il cambio passo per arrivare ai vertici comporta un cambio passo in famiglia, imponendo ai mariti di seguire i figli al 50% rispetto alle madri, essere meno superbe nel voler fare tutto da sole perché l’orgoglioso multitasking è un boomerang che ci si ritorce contro, smetterla di accontentarsi del ruolo ancillare sia familiare sia professionale, e last but not least imparare dagli uomini anziché criticarli con un senso di frustrazione che non porta a niente.
Per concludere, ritengo che alla base della questione inerente alle posizioni apicali ci sono ancora troppi retaggi culturali, di cui soprattutto noi donne siamo responsabili: mia madre mi diceva “impara a chiedere”, dimostrando di essere una sorta di femminista ante litteram, e aveva ragione.
Dott.ssa Patrizia Biancucci
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