Effettuare visite odontoiatriche di controllo sembra offrire un’opportunità unica ai pazienti per la cura della propria salute, e non solo quella dei denti e del cavo orale.
Così almeno la pensa un gruppo di ricercatori statunitensi secondo i quali gli odontoiatri hanno la concreta possibilità di individuare molti casi di diabete non diagnosticato tra i propri pazienti e di indirizzare gli stessi verso una visita specialistica prima che la patologia diventi conclamata.
“I dati che riguardano gli Stati Uniti sono impressionanti: negli ultimi 15 anni l’incidenza di diabete è incredibilmente aumentata, i casi accertati sono circa 20,8 milioni (il 7 per cento circa della popolazione) e si calcola che ben un terzo dei casi di diabete non sia diagnosticato”, afferma Luisa Borrell, ricercatrice presso il Dipartimento di epidemiologia della Mailman School of Public Health della Columbia University di New York.
“Poiché il 60 per cento dei cittadini statunitensi si reca dall’odontoiatra almeno una volta all’anno, pensiamo sia ragionevole proporre una sorta di screening, effettuato con gli strumenti che il professionista già possiede, che possa aiutare i pazienti a individuare la patologia, se esiste, e accelerare l’iter di cura.”
Lo studio, pubblicato dalla rivista Journal of Periodontal Research, suggerisce infatti l’utilizzo di strumenti come la storia familiare del paziente riguardo a specifiche patologie e la presenza di malattia parodontale per un primo screening sulla probabilità di avere il diabete.
“Analizzando i dati del terzo monitoraggio nazionale su salute e nutrizione (NHANES III) e valutando quali elementi portano con maggiore probabilità alla diagnosi di diabete, abbiamo riscontrato che la presenza tra i familiari di casi di diabete e di condizioni quali l’ipertensione e alti livelli di colesterolo, unite al riscontro di malattia parodontale del paziente stesso, comportano una probabilità tra il 27 e il 53 per cento che egli soffra anche di diabete”, spiega la ricercatrice.
“Gli studi scientifici evidenziano, in particolare, un doppio legame tra diabete e malattia parodontale: da un lato i soggetti con diabete vanno incontro a un danneggiamento più severo dei tessuti parodontali, e dall’altro chi soffre di malattia parodontale ha un controllo metabolico del diabete più difficoltoso.”
L’insieme di più fattori di rischio che derivano dalla storia sanitaria familiare, uniti alla valutazione dell’odontoiatra della presenza e della gravità della malattia parodontale, possono dunque fornire un’indicazione di probabilità che può essere comunicata al paziente, il quale valuterà poi se recarsi da uno specialista per accertamenti specifici; è uno screening che si basa sulla probabilità, ma secondo i ricercatori può essere ugualmente molto utile. “La stima dei casi di diabete non diagnosticato, ossia il 30 per cento circa come ho accennato in precedenza, è un dato invariato dal 1999: questo significa che negli ultimi anni, nonostante l’aumento dell’incidenza, nulla si è fatto per individuare le persone affette che ancora non sanno di soffrire di diabete”, conclude la ricercatrice; “per questo è importante trovare vie nuove che portino alla diagnosi e noi pensiamo che la frequenza delle visite odontoiatriche nonché la relazione che si instaura tra l’odontoiatra e i suoi pazienti siano un’occasione importante per un primo screening che serva all’individuazione dei casi di diabete e quindi per la cura della salute dei pazienti”.
GdO 2008; 1
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