Tra i diversi parametri utilizzati per la valutazione delle riviste uno dei più diffusi è l'impact factor. Per questo motivo abbiamo ritenuto utile conoscere meglio le caratteristiche di questo indice e valutare se, così come è concepito, possa essere sempre adattato a qualunque disciplina, in particolare a quelle nelle quali sono importanti i risultati a lungo termine come per esempio l'odontoiatria.
Il dottor Massimo Del Fabbro, al quale abbiamo rivolto le nostre domande, è laureato in scienze biologiche presso l'Università di Milano e nel 1994 ha conseguito il dottorato di ricerca in fisiologia umana. Dopo vari anni di ricerca sperimentale nell'ambito della fisiologia, si è avvicinato alla ricerca clinica nel 1998 nel gruppo diretto dal professor Roberto Weinstein. Dal 2002 è ricercatore presso l'università di Milano nel settore scientifico disciplinare MED/28 (malattie odontostomatologiche). I suoi interessi nell'ambito della ricerca riguardano la fisiopatologia dei tessuti parodontali e peri-implantari, la biologia dell'osteointegrazione, le tecniche di rigenerazione e l'ingegneria tissutale. È autore di oltre ottanta pubblicazioni e ha partecipato come relatore a numerosi congressi nazionali e internazionali. Attualmente è responsabile del reparto di fisiopatologia orale presso il servizio di odontostomatologia diretto dal professor Weinstein all'Istituto ortopedico Galeazzi di Milano. Si occupa prevalentemente della pianificazione sperimentale dei protocolli clinici (study design), del trattamento statistico e interpretazione dei dati e del reporting di numerose ricerche cliniche in campo odontoiatrico.
Dottor Del Fabbro, potrebbe spiegarci che cos’è l’impact factor?
Per capire l’origine di questo indice, oggi assai diffuso in ambito scientifico, occorre fare un breve passo indietro. Agli inizi degli anni Sessanta è stato fondato a Philadelphia l’Institute for Scientific Information (ISI) con lo scopo di raccogliere in modo sistematico i dati della ricerca scientifica e di diffonderli offrendo ai ricercatori una rapida ed efficiente possibilità di accesso ai medesimi. In seguito l’ISI ha assunto la denominazione Thomson Scientific. Esso tiene conto di tutte le citazioni degli articoli nelle riviste scientifiche “indicizzate”, cioè catalogate nel Science Citation Index (SCI). In tale archivio rientrano solo le riviste con peer-review, prevalentemente di lingua inglese, che riescono a soddisfare specifici criteri di ammissione (tra cui la regolarità delle pubblicazioni) e di serietà scientifica. Il SCI è quindi un enorme database elettronico, che permette di analizzare le citazioni di un determinato lavoro da parte di altri ricercatori. Mediante il SCI è possibile risalire alle fonti delle citazioni per capire in quale contesto i propri risultati (o quelli dei colleghi) sono stati utilizzati o criticati. Ciò consente idealmente di fare una ricerca bibliografica in avanti nel tempo, a partire da un lavoro importante degli anni passati, seguendo gli sviluppi progressi vi di un’idea iniziale. L’idea motrice della banca dati dell’ISI è quindi facilitare le ricerche bibliografiche offrendo la possibilità di studiare gli sviluppi della scienza contemporanea per mezzo degli strumenti statistici quantitativi forniti dal SCI. Questi ultimi si sono in seguito rivelati anche potenti strumenti commerciali, utilizzati dai proprietari del SCI come un’ottima occasione per un marketing mirato alle biblioteche, alle istituzioni scientifiche e ai singoli ricercatori. Veniamo ora all’impact factor.
L’impact factor (IF) è uno dei diversi parametri per la valutazione delle riviste, fornito da Thomson Scientific per mezzo del Journal Citation Reports (JCR). Quest’ultima pubblicazione dal 1975 mette a disposizione della comunità scientifica strumenti quantitativi per classificare, valutare, dividere in categorie e comparare le numerose riviste indicizzate in SCI. L’IF, ideato nel 1955 da Eugene Garfield, uno dei soci fondatori dell’ISI, è una misura della frequenza media con cui vengono citati gli articoli di una rivista. Ciò che forse è meno noto al pubblico è il modo in cui viene calcolato. L’IF per una specifica rivista e per un dato anno è determinato dal rapporto tra il numero totale di citazioni ricevute dalla rivista (da parte di qualsiasi rivista indicizzata) per articoli in essa pubblicati nei due anni precedenti e il numero totale di articoli pubblicati in quei due anni. Per esempio, se l’IF di una rivista è 2,5 per il 2007, questo significa che ogni articolo (esclusi editoriali, abstract, lettere, recensioni) pubblicato nella rivista nel 2005 e 2006 è stato mediamente citato 2,5 volte nell’arco del 2007. Per dare un’idea della mole del database, nell’ultima edizione del JCR Science Edition relativa al 2007, sono state elaborate complessivamente 26.261.787 citazioni in 910.588 articoli pubblicati in 6.417 riviste.
È vero che le riviste migliori hanno impact factor più elevato? Da che cosa dipende il valore dell’IF?
Certamente può sembrare logico affermare che se una rivista riceve molte citazioni vuol dire che il suo peso nella comunità scientifica è rilevante e che gli articoli da essa pubblicati sono affidabili e di buona qualità. Questo è generalmente corretto all’interno di ogni specifico settore disciplinare. Le riviste che adottano un severo processo di revisione e selezione dei manoscritti, garantito dal lavoro di referee competenti e seri, sono in grado di offrire articoli qualitativamente migliori (e quindi con maggiori probabilità di essere citati) rispetto alle riviste che non possiedono un altrettanto efficiente processo di revisione. Tuttavia l’IF può essere influenzato da molti fattori non correlati alla qualità delle riviste. Ne cito solo alcuni, giusto per dare spunti di riflessione: la diffusione e la reperibilità della rivista, l’attualità degli argomenti trattati, la pubblicazione di revisioni della letteratura (sono spesso citate al posto degli articoli primari), il tipo di argomenti (riviste molto settoriali hanno una scarsa diffusione e di conseguenza una bassa frequenza di citazione, al contrario di riviste come Nature, Science, The Lancet, che trattano argomenti multidisciplinari), il linguaggio (ovviamente le riviste in lingua inglese hanno maggiore possibilità di essere lette e citate in tutto il mondo). Inoltre l’IF non distingue fra citazioni positive e negative: anche se si cita un articolo per denigrarlo, la citazione viene conteggiata come le altre. Se una rivista cambia titolo, all’interno del database compare come rivista nuova, senza passato e per almeno due anni non avrà l’IF.
L’“impatto scientifico” dell’IF è definito solo in termini di citazioni della letteratura senza tener conto, per esempio, dell’effettiva influenza sulle procedure cliniche, sui programmi di cura, sulle applicazioni industriali ecc. Il fatto di considerare solo due anni di citazioni per il calcolo dell’IF può avere una notevole rilevanza soprattutto in determinati settori delle scienze mediche. Uno specifico articolo, infatti, contribuisce all’IF della rivista in cui è comparso solo se è citato subito dopo la propria pubblicazione. Quindi per il calcolo dell’IF contano la disponibilità della rivista e l’attualità dell’informazione, che consentono una citazione in tempi rapidi, mentre l’effettivo valore scientifico di un articolo spesso si manifesta e diviene evidente solo nel lungo termine. L’IF così come è concepito sembra quindi più adatto ad aree di ricerca con un elevato turnover, come le biotecnologie, la biochimica e la genetica piuttosto che a discipline in cui sono importanti i risultati a lungo termine come potrebbe essere l’odontoiatria.
È corretto affermare che l’impact factor misura la qualità di un ricercatore?
Sebbene L’IF sia stato concepito per indicare la frequenza di citazione di una rivista, è attualmente lo strumento utilizzato per definire la qualità di una rivista o il peso scientifico di singoli ricercatori e istituzioni che svolgono attività di ricerca. Esso peraltro è utilizzato da organi amministrativi nell’assegnazione di risorse o finanziamenti a progetti di ricerca e può influire sulle valutazioni delle commissioni giudicatrici nel reclutamento di personale o negli avanzamenti di carriera. Tuttavia molti ricercatori, tra cui lo stesso Garfield, concordano che l’utilizzo di tale indice per la valutazione del singolo individuo o del singolo articolo debba esser fatto con cautela. Certamente riuscire a pubblicare i propri articoli su riviste al vertice del proprio settore disciplinare con un comitato editoriale di elevato livello scientifico e un processo di revisione estremamente accurato e selettivo, in grado di garantire la qualità di una pubblicazione, è di per sé indice del valore di un ricercatore. Anche se non c’è alcun supporto scientifico all’assunzione che pubblicare su una rivista con IF elevato sia di per sé una garanzia affinché il proprio articolo possa essere citato, gli articoli pubblicati su tali riviste hanno un’elevata probabilità di esercitare un’influenza a lungo termine sulla comunità scientifica. In definitiva quindi, sebbene la qualità di un ricercatore non possa essere valutata soltanto mediante un indice di citazione, l’IF può dare preziose indicazioni riguardo al valore e all’impatto delle proprie ricerche sulla comunità scientifica.
Italian Oral Surgery 2009;8:123-5.
GdO 2009;14
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