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28 Febbraio 2012

La prestazione corretta per il giusto assistito

di Francesca Giani


“Tempo, invasività, estetica e costi: come condizionano la terapia parodontoale e implantare. Quali soluzioni” è il filo conduttore degli interventi che verranno sviluppati nel Congresso Sidp. Per cercare di capire come questi principi possano essere portati nello studio, abbiamo sentito uno dei coordinatori del congresso, il dott. Pierpaolo Cortellini.

Centro del Congresso Sidp è, soprattutto, il paziente. Come è possibile declinare questo obiettivo nella pratica quotidiana dell’odontoiatra?
Lo stato attuale delle conoscenze ci permette di proporre non solo terapie efficaci e affidabili, ma anche terapie sostenibili, dal punto di vista dei costi biologici e monetari, dei tempi terapeutici, degli effetti collaterali. È mia convinzione che questi elementi oggi debbano far parte del processo decisionale che porta l’odontoiatra a sviluppare un progetto terapeutico. L’approccio al paziente e ai suoi problemi dovrebbe coniugare la necessità di mantenere, per quanto possibile, i denti naturali trattandoli con le dovute terapie e quella di migliorare funzione ed estetica quando opportuno e quando possibile. E, a mio parere, questa riflessione è tanto più importante e attuale vista la tendenza diffusa, a livello nazionale e internazionale, a decidere con facilità per l’estrazione di denti con vari livelli di compromissione e per la loro sostituzione con manufatti supportati da impianti o denti. Molto spesso questo approccio è discutibile sia dal punto di vista terapeutico sia dal punto di vista dell’analisi costo-efficacia. Il messaggio chiaro che la letteratura ci passa è che un dente naturale con problemi e patologie trattabili è preferibile in termini prognostici a un manufatto supportato da impianti o denti. Va considerato inoltre che estraendo un dente paghiamo il massimo prezzo biologico e per sostituirlo sosteniamo grandi costi economici.

Suona bene. Però, da paziente, viene il dubbio che, in generale, affermare un principio o un altro potrebbe dipendere dal tipo di “scuola” a cui si appartiene.
In parte questo è vero: è chiaro che le decisioni cliniche di un odontoiatra dipendono fondamentalmente dal percorso formativo, dall’esperienza, dall’orientamento, dalle predisposizioni. E in ultimo, direi, da decisioni consapevoli assunte sulla propria professionalità. Ovviamente tutto questo va contestualizzato: pensiamo, in primo luogo, agli stimoli che riceve il paziente sul fronte pubblicitario che tendono a suggerire come soluzione “ideale” per un problema a un dente la sua sostituzione con impianti. Se l’assistito, quando si rivolge a noi, ha l’obiettivo non tanto di essere curato, ma di avere un impianto, è chiaro che la professione stessa tenderà ad adeguarsi a queste richieste. Questo ovviamente influenza alcune scelte di campo che un odontoiatra deve compiere: la scelta della sua “specialità”, del suo percorso di aggiornamento continuo. Diventa una risposta a una richiesta di “mercato” con forti implicazioni a livello economico.

Visto che l’obiettivo è quello di mettere l’assistito al centro, l’approccio da odontoiatria generale potrebbe essere più vantaggioso per il paziente? O anche un tipo di organizzazione che, ricalcando certe esperienze della medicina generale, sia più strutturata attorno al concetto di network?
L’ odontoiatria generale svolge una funzione fondamentale. Il problema tuttavia è rappresentato dalla complessità della nostra disciplina, con tanti aspetti che assumono contorni specialistici, difficili da approfondire per una sola persona: i veri ”tuttologi” sono una rarità. D’altra parte è nostro dovere e obbligo informarci e conoscere tutte le possibilità terapeutiche, con tanto di limiti e potenziali. La soluzione al problema è prettamente organizzativa: non dimentichiamo che siamo su un terreno privato, dove l’odontoiatra è libero di compiere le proprie scelte. Nel complesso, diciamo che a fianco dell’odontoiatra generico si possono sviluppare esperienze di studi multidisciplinari oppure, rimanendo nell’ambito dello studio monoprofessionale, può affermarsi il modello dei “referrals”, con una serie di specialisti di riferimento a cui indirizzare il paziente. Un meccanismo quest’ultimo che oggi rischia di essere pesantemente influenzato da uno sbilanciamento del numero pazienti / odontoiatri, con una inevitabile tendenza a trattenere i pazienti nel proprio studio.

Tra gli altri temi, c’è anche l’estetica: con quali limiti e attenzioni da parte dell’odontoiatra può entrare nella cura della salute?
In senso generale una bocca “sana” è più bella di una bocca “ammalata”. Credo che l’estetica sia parte della funzione. La linea guida ovvia in terapia è il raggiungimento di una estetica simile a quella che riteniamo “normale”. Spesso però questo non è possibile o lo è pagando prezzi biologici e monetari estremamente alti. Forse a volte dobbiamo fare un passo indietro e aiutare i pazienti a capire i limiti imposti dal suo problema, evitando di fondare le nostre decisioni su una sorta di presunzione che ci porta a pensare di potere fare tutto. Questo in fondo è il concetto cardine del congresso: cerchiamo di proporre terapie sostenibili facendo estrema attenzione ai costi biologici ed economici che imponiamo ai nostri pazienti.

GdO 2012;2

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