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30 Novembre 2006

"Speaker's corner" - Un posto sicuro

di C. Capobianco


La scelta della zona in cui aprire lo studio è una lunga operazione di pianificazione strategica che tiene impegnati dentisti, familiari, fidanzate e amici anche per mesi allo scopo di trovare un posto sicuro. Mappe geografiche e Tuttocittà, cartine dei mezzi pubblici e rilevazioni socio-economiche fatte nei bar e nei negozi, censimento dei concorrenti e di tutti i pro e i contro: nulla viene lasciato al caso. Tutte cose che qualcuno può tranquillamente risparmiarsi, sapendo che i pazienti comunque non gli mancheranno per il semplice motivo che la concorrenza è impossibile. Un’isola deserta? Lo domando a Paolo Dell’Acqua, venti anni di laurea, uno studio normale e uno speciale.

Come sei arrivato a lavorare in un posto così particolare come un carcere?

Cominciai sei anni fa quando un collega oculista mi chiese di sostituire il dentista in servizio lì dentro.

Che cosa ricordi della prima giornata di lavoro, del primo impatto?

Fu un impatto abbastanza forte, soprattutto nel vedermi scortato dagli agenti della Polizia Penitenziaria e ancora più nel vedere e sentire aprire e chiudere una innumerevole sequenza di cancelli. Col tempo poi ci si abitua a questo piccolo mondo multietnico in cui si ritrovano a convivere persone completamente diverse le une dalle altre per estrazione sociale, cultura, nazionalità e religione.

Quali sensazioni ti hanno colpito di più?

Avere di fronte persone recluse per reati a volte gravissimi potrebbe risvegliare in noi quel senso di falso giustizialismo di cui è permeata la società, se dimentichiamo che si tratta di persone alle quali, come medici, dobbiamo garantire il rispetto della dignità. Dignità cha a volte vedo sgretolarsi come quando un anziano detenuto mi disse, disperato, che la sua scarcerazione era vicina e non sapeva dove andare, dato che fuori non aveva più né casa né famiglia; oppure quando vedo bambini, anche piccolissimi, in cella con le mamme.

Come influenza il resto della tua attività o della tua vita?

All’inizio quando uscivo mi sentivo come ritornare a galla dopo una lunga apnea; ora il più delle volte esco con il rammarico di non avere potuto visitare tutti quelli che avrei voluto, sapendo che in un luogo così, dove il tempo è una dimensione che si dilata all’infinito, ci sono persone che contano le ore che mancano al prossimo appuntamento col dentista.

GdO 2007; 17: 1

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